lunedì 25 gennaio 2016

Gli infiniti possibili di Giorgio Sollazzi, musicista

All'epoca ero molto ingenuo e molto presuntuoso e pensavo di poter scrivere “recensioni” di grandi opere musicali del passato. Le pubblicavo su un sito commerciale (che esiste ancora oggi). Quando mi venivano bene, erano “schede" molto pedantesche, contenenti le stesse informazioni che si possono trovare su una qualsiasi garzantina. Infatti, qualche anno dopo, quando Wikipedia arrivò in Italia, smisi di farmi sfruttare dal sito commerciale e trovai quella che probabilmente è la mia vera vocazione internettiana.

Ad ogni modo fu sul sito commerciale che conobbi Giorgio Sollazzi. Anche lui scriveva recensioni. Con la prima, importante differenza che lui è musicista, e quindi sa di cosa scrive, e con una seconda differenza: le sue recensioni erano avvincenti, estrose, godibilissime, anche e soprattutto quando sembrava che non avessero nulla a che fare col brano musicale che - in teoria - ne costituiva l'oggetto. Le recensioni di Giorgio non parlavano precisamente né del brano musicale “in sé”, né della sua ricezione da parte dell'ascoltatore-recensore. Si situavano, piuttosto, in qualche punto lungo la relazione fra questi due elementi, come un acrobata in equilibrio su un filo, o come uno dei fuochi di due specchi parabolici contrapposti. Non per niente “mirrors” (con la m minuscola) era il nickname che Giorgio si era scelto.

A un certo punto Giorgio uscì dal sito e cancellò il suo account. Dev'essere per questo che, cercando ora qualcuna delle meravigliose recensioni di mirrors, non ne trovo nessuna. Qualche tempo dopo si iscrisse nuovamente con un altro nickname e cominciò a pubblicare recensioni di forma più tradizionale, ma sempre molto belle, come ad esempio questa, sulla settima di Beethoven.

L'interpretazione verbale di un brano musicale è sempre un grosso azzardo. "Scrivere di musica è come ballare di architettura", diceva Frank Zappa. Le descrizioni che amo di più sono quelle di musiche inesistenti, come la sonata di Vinteuil in Proust o le composizioni immaginate da Thomas Mann nel Doktor Faustus. Proust mescolava genialmente le carte, inventandosi una sonata per violino e pianoforte che prendeva un po' dalla Sonata in re minore di César Franck, un po' da un quintetto di Saint-Saëns, senza essere né l'una né l'altro; in piena coerenza, d'altronde, con la sua estetica, dove non esistono "descrizioni" "realistiche" del "mondo esterno". Quanto a Mann, Arnold Schönberg s'inalberò quando seppe che la sua musica aveva ispirato quella del romanzo, al punto da pretendere una smentita da parte dello scrittore. E dal suo punto di vista Schönberg aveva anche ragione, in quanto Mann interpretava la dodecafonia come un fenomeno di dissoluzione morale, che era quanto di più lontano dagli intenti del severo musicista.

Ma anche divagare è un'arte, che a me non riesce: ci provo inutilmente, per poi subito ricadere nel mio solito modo di scrivere pedestre e nozionistico. Dunque, meglio rimanere on topic e parlare di Giorgio Sollazzi. Ecco: quando lo conobbi, non attraversavo quello che si dice un buon periodo. Mi ero laureato, avevo fatto il servizio civile, abitavo a casa dei miei in provincia, lontanissimo dall'università e dai miei amici di laggiù. Gli altri miei amici, quelli del liceo, erano sparsi in giro per l'Italia. Facevo pratica in uno studio legale. Ero, in sostanza, disoccupato, e mi sentivo terribilmente solo e senza prospettive. L'amicizia epistolare con Giorgio mi aiutò a tenermi in piedi. Ci scambiavamo commenti e messaggi sul sito commerciale (che fungeva anche un po' da social network), email, ma anche lettere cartacee: ricordo un plico meraviglioso che egli mi spedì con un CD che aveva masterizzato per me. Dentro c'erano un brano di Stockhausen, Il canto sospeso di Nono, un coro dal Trovatore, e non ricordo cos'altro.

A quel tempo Internet non aveva ancora stravolto la distribuzione della musica. C'era Napster, ma con le connessioni lente di allora non è che si riuscisse a scaricare granché. Per ascoltare musica bisognava ancora affidarsi alla radio, oppure ordinare il disco al negozio e aspettare che arrivasse. C'era poi una circolazione semiclandestina di audiocassette duplicate artigianalmente, che passavano di mano in mano come samizdat. Tutta una dimensione romantica, di scoperta, che si è persa dal momento in cui è bastato digitare un nome su un motore di ricerca per avere subito a disposizione l'intera produzione di qualsiasi musicista antico o contemporaneo.

Poco tempo fa ho chiesto a Giorgio se, come musicista, non si sentisse stimolato da questa odierna vasta disponibilità di musiche, e come mai ciò non lo inducesse a scrivere in una tale, enorme varietà di stili e di linguaggi: oggi un brano dodecafonico, domani uno pop, dopodomani uno free jazz, e via dicendo. Non ricordo esattamente il tenore della mia domanda - che comunque era piuttosto stupida, si capisce. Ricordo invece perfettamente la replica di Giorgio: fare come gli suggerivo io - mi ha risposto - avrebbe forse aumentato il suo tasso di libertà ma avrebbe diminuito il tasso di scelta.

In uno dei suoi romanzi, Nicola Lagioia offre alcune riflessioni molto interessanti a proposito del ritrovare sui social network i propri amici di gioventù. Queste amicizie del mondo reale divenute poi virtuali - osserva Lagioia - hanno una strana consistenza umbratile. Simile a quella degli spiriti nell'undicesimo libro dell'Odissea (o nel sesto dell'Eneide), aggiungerei io. Colpa del mezzo, evidentemente, e non dell'amicizia in sé - ma questo è un altro discorso.

Conosco Giorgio da sedici anni e non ci siamo mai incontrati di persona: solo via Internet, e qualche volta per telefono. Però non ho mai avvertito come un limite la virtualità della nostra amicizia. Forse perché nel suo caso manca il confronto con l'immagine mnemonica della persona reale, o forse per il felice paradosso che Giorgio riesce a realizzare nelle sue comunicazioni virtuali, allo stesso tempo lievi e intense.

Sto pensando che “lieve” e “intenso” potrebbero essere i due primi aggettivi che mi vengono in mente ascoltando la musica di Giorgio. Mi rendo conto che come contributo critico è parecchio inadeguato, ma ho già detto che non sono del mestiere. Giorgio ha esposto la sua poetica (o almeno, una delle sue poetiche) in uno scritto che potete trovare qui.

In questo saggio, Giorgio prende le mosse dal personaggio di Amleto (con annesso spettro del re di Danimarca?) per proporre una sua complessa concezione della composizione, come “apparizione” o “evocazione” di “potenziali”. 

Shakespeare era un altro interesse che ci univa quando scrivevamo sul sito commerciale. Giorgio ha molto riflettuto, e qualcosa ha anche scritto, sia in prosa sia in musica, sulla figura di Amleto.


Quanto a me, partendo dalla constatazione che su Internet in italiano c'era ancora poco materiale sull'argomento, mi ero messo in testa di compilare e mettere on line una "recensione" per ciascuno dei drammi del Bardo. Tanto ero sprovveduto, a quell'epoca.

Più tardi abbandonai l'insano progetto, assieme alle mie velleità di anglista, e praticamente smisi di leggere Shakespeare. Oggi amo recarmi, di quando in quando, a visitare l'abbazia cistercense di Morimondo. Questo non c'entra nulla con quanto ho detto finora. Però nell'abbazia c'è un bel coro ligneo di epoca rinascimentale.

Ogni volta che lo vedo recito mentalmente la prima quartina del Sonetto LXXIII.

La migliore traduzione italiana è quella di Ungaretti:

"Quel tempo in me vedere puoi dell'anno
Quando già niuna foglia, o rara gialla in sospeso, rimane
Ai rami che affrontando il freddo tremano,
Cori spogliati rovinati dove gli uccelli cantarono, dolci".

Di solito i commentatori sottolineano il senso di desolazione che promana da quei bare ruin'd choirs, vuoti, semidistrutti e muti. Sta di fatto che Shakespeare, mentre ce li descrive, riesce in qualche modo a farcene riascoltare il suono. Forse questa è una delle cose che il poeta vuole dirci: la memoria, aiutata dall'arte, può riuscire ad evocare la musica di un coro assente.













venerdì 26 giugno 2015

Tifiamo Scaramouche!

Tifiamo Scaramouche è una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF dal sito dei Wu Ming. Si tratta di una fan fiction derivante da L'armata dei sonnambuli, l'ultimo romanzo storico del collettivo uscito nel 2014.

A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L. Da un'idea di: Pietro Pace, Mauro Vanetti e Alessandro Villari (Avvocato Laser). Il progetto grafico e l'impaginazione si devono a Franco Berteni (Mr Mill) e Simone Scaffidi L. La copertina e le illustrazioni sono di Alessandro Caligaris e Francesca Sibona.

Qui di seguito, ecco il mio contributo, pubblicato nel terzo volume della raccolta. Buona lettura.


Il flauto tradito
Parigi, 1801

1.

A suo modo, Ludwig Wenzel Lachnith era un uomo generoso. La sera del 20 agosto 1801, dopo la trionfale prima della sua opera I misteri d'Iside al Teatro della Repubblica, il compositore offrì la cena all'intera troupe, comparse e suggeritore compresi.
Benché relegate al tavolo meno prestigioso dell'ampia sala del ristorante, le due comparse Léo Modonnet e Emanuele Gizzio potevano udire facilmente i discorsi del tavolo principale, quello dove sedeva Lachnith assieme al manager del teatro, al librettista Étienne Morel de Chédeville e ai cantanti protagonisti. Per meglio dire, potevano udire il monologo del torrenziale musicista boemo, la cui voce sopravanzava quelle di tutti gli altri.
«Eh sì, caro Chédeville! Il buon Mozart aveva del talento, questo nessuno lo vorrà negare; ma aveva anche un'esecrabile tendenza al lambiccato, all'insolito... In una parola: troppa complicazione! Oggigiorno il pubblico non ne vuole sapere di una musica che sia troppo difficile. La gente vuole ariette semplici, presentate con garbo, che tocchino il cuore senza affaticare il cervello. Prendete il Don Giovanni: quante graziose melodie! Parola mia, credo che abbiamo fatto bene a prenderne una in prestito, per il nostro terzetto. Tuttavia, andiamo... La scena con la statua nel finale secondo... Chi può sopportare una tale rombante cacofonia? Pensate solo questo: in quattro battute, quel povero basso deve cantare tutte e dodici le note della scala cromatica. Sapete? Un mio amico italiano, galantuomo e compositore eminente, mi parlava tempo fa con orrore di un certo quartetto per archi, dove Mozart ha accumulato tante di quelle dissonanze da creare un ripugnante caos, direi quasi un giacobinismo sonoro, dove va completamente perso ogni giusto criterio di gerarchia tra le sette note... Di proposito dico sette, non dodici; giacché nessuno, a meno che il suo orecchio non sia guastato dalla musica per tastiera, crederà mai che un re diesis possa essere uguale a un mi bemolle... Anzi: un re è sempre un re, come dicono in Italia, non è vero?».
«Ma va' curcati, buffuni!» commentò Gizzio a mezza voce.
«Perciò, quando mi fu proposto di allestire per le nostre scene Il Flauto magico, la prima cosa che pensai fu: sta bene; ma, per carità, sfrondiamo! Semplifichiamo!
Smussiamo le asperità del testo! Rendiamo il tutto più comprensibile, più adatto alle orecchie del nostro pubblico. Più elegante, anche. E l'esito così radioso di questa serata ha dimostrato che avevamo avuto pienamente ragione. Prima di tutto: i nomi. Tutti quei Tamino, Papageno e Papagena del testo originale, così goffi e plebei, noi li abbiamo cambiati nei molto più raffinati Isménor, Bochoris e Mona...».
Modonnet rise.
«Non voglio parlare della parte musicale. Ho dovuto lavorare parecchio di forbici e d'ingegno per dare una veste accettabile alla barbarica partitura. Ma, per quanto riguarda il vostro lavoro, Chédeville, potete andare orgoglioso di avere addolcito il carattere di quella terribile regina della notte. Certo, l'aria del secondo atto l'abbiamo dovuta proprio espungere: a parte che è impossibile da cantare, ma quel testo “der hölle Rache kocht in meinem Herzen...”, “vendetta infernale sento nel mio petto”... Ahimè! Una gentile e amabile donzella come voi, signorina Maillard, avrebbe dovuto intonare tali parole? Per carità! Abbiamo già sofferto abbastanza, qualche anno fa, con quella spaventosa Medea di Cherubini. Basta, basta! I personaggi femminili, a teatro, devono rassicurare, non inquietare! Belle fanciulle, mogli e madri esemplari: questo vuole il nostro distinto pubblico. Perché la gente, la sera, vuole distrarsi dai traffici quotidiani del commercio e della Borsa, e trovare sollievo dalle cure dello Stato. Dirò di più: nell'epoca moderna la gente vuole vivere il proprio tempo come un affascinante, mutevole, infinito spettacolo. In una parola, vuole divertirsi. Il nostro compito è di farli divertire. E questa sera ci siamo riusciti; possiamo affermarlo con fierezza. Brindiamo!».

2.

Erano passate le quattro del mattino quando Modonnet e Gizzio ritornavano al foborgo Sant'Antonio. Davanti alle botteghe dei fornai c'erano già le prime code. I volti e i discorsi delle persone in fila per il pane manifestavano stanchezza, frustrazione, rabbia.
«Quattordici soldi per quattro libbre di pane! Così non si può andare avanti».
«Uno schifo, altro che!».
«Bonaparte non sta facendo un cazzo».
«Sbagli, cittadina. Bonaparte sta facendo parecchio. Solo, non per noialtri».
«Per i grandi proprietari. Per i nobili, gli speculatori, i fornitori dell'esercito e i finanzieri. Per quei merdosi, ecco per chi sta lavorando il Primo console...».
Gizzio sembrava ancora più taciturno del solito. Per tutto il cammino dal centro al foborgo, dove lui e Modonnet abitavano, disse a malapena due parole, eccettuate le strane bestemmie che ogni tanto sputava tra i denti.
«Toglimi una curiosità» gli chiese alla fine Modonnet mentre stavano per arrivare a casa. «Al tuo paese è normale invocare con tanta frequenza la ghigliottina su Gesù Cristo, sulla Madonna e su tutti i santi, come fai tu?».
Gizzio rise amaramente: «Lo facciamo di continuo. Tutti, anche i bambini e i preti. Vieni a vivere un mese dalle mie parti, e capirai».
«Non mi ricordo mai come si chiama la tua città».
«Io stesso vorrei non ricordarmene. Comunque, non è una città: è un villaggio di poche anime sperduto nell'Aspromonte. Ammesso che esista ancora. Non ho sue notizie da due anni, cioè da quando sono venuto qui a Parigi».
Era il discorso più lungo che Modonnet gli avesse mai udito fare.
«Ma no» proseguì Gizzio, come parlando fra sé. «Giudico troppo severamente i miei compaesani. In fondo, nessuno di loro si è arruolato nell'Armata cristiana e reale». Gizzio pronunciò queste ultime parole con una smorfia di disgusto.
«Ne ho sentito parlare» commentò Modonnet. «Le bande del cardinale Ruffo, non è vero? Una specie di Vandea...».
«Molto peggio. I vandeani, almeno, sapevano per cosa combattevano; i sanfedisti invece si sono solo fatti affascinare dai feudatari e dai preti. Hanno avuto quello che si meritavano. Li aspettano altri due o tre secoli di dispotismo e di miseria. E ti dico la verità: penso che anche qui, in Francia, andrà a finire allo stesso modo. Te lo concedo: finora il popolo di Parigi si è comportato bene, specialmente i tuoi compagni del foborgo Sant'Antonio. Ma quanto ancora potranno resistere? I contadini francesi non sono affatto
più intelligenti di quelli del Regno di Napoli; nelle campagne già da tempo monta la reazione. Gente che cerca solo un padrone cui obbedire; e in buona parte l'ha già trovato. E allora non chiedermi perché bestemmio, Léo: mi è rimasto solo questo, mannaia lu signuri!».
«Ho sempre apprezzato il tuo ottimismo, cittadino Gizzio!» concluse Modonnet.

3.

Uno dei vantaggi del mestiere teatrale è che permette di dormire sino a tardi; quando si ha un tetto sotto cui ripararsi, naturalmente. Léo Modonnet, per ora, l'aveva; ma quella mattina dormì lo stesso un sonno assai inquieto. Verso mezzogiorno, poco prima di svegliarsi, fece uno dei sogni più enigmatici della sua vita.
Era un sogno musicale. Modonnet udiva con una chiarezza allucinatoria una breve melodia, gentile e saltellante, in uno stile antiquato, suonata da una piccola orchestra. Poi, lo stesso tema, ma eseguito da un'orchestra molto più grande, con accenti molto più imperiosi e con una chiusa cromatica vagamente minacciosa. A questo punto appariva uno strano ometto, che si esprimeva con un forte accento tedesco. «Ogni vero artista, mein Freund, è anche uno Zauberer – un mago –, sì. Può capitargli di prevedere un futuro imprevedibile. Cosa, o chi, aveva in mente Rousseau quando, riferendosi alla Corsica, scriveva: “ho il vago presentimento che un giorno questa piccola isola stupirà l'Europa”? E quel ragazzino di dodici anni, che un giorno nel mio giardino mise in scena il suo Bastien und Bastienne – come poté presentire che un giorno la volontà generale sarebbe stata manipolata e circuita da un tiranno? Eppure, mein Freund, la storia non è mai un copione già scritto, così come una partitura non è mai immodificabile. E quando ci si accorge che la pagina è guasta, rimane sempre una soluzione: strapparla».
Modonnet si svegliò frastornato e con un forte mal di testa. Senza sapere bene perché, la prima cosa che fece fu aprire il suo baule per cercarvi un involto. Dentro c'erano una maschera nera, un mantello e un bastone dal manico lucente.
Quella notte, Ludwig Wenzel Lachnith, davanti al portone di casa sua, mentre frugava un po' alticcio nelle tasche del suo soprabito per cercare la chiave, notò una scritta di colore rosso fosforescente sul muro proprio accanto alla porta:

RACHE

Prima che avesse il tempo di chiedersi cosa stava succedendo, avvertì il brivido freddo di una lama proprio sotto il mento, e udì alle sue spalle una voce altrettanto metallica e tagliente: «Cittadino musicista, vogliate cortesemente condurmi nel vostro studio».
«Come volete, amico mio» diceva Lachnith mentre saliva le scale, tallonato da Scaramouche. «Non c'è bisogno di tutta questa commedia... vi ho riconosciuto, sapete?».
«Merda» pensò Modonnet.
«Eravate con me a cena ieri sera. Ammetto che il ruolo che vi è stato assegnato nell'ultima produzione è al di sotto delle vostre capacità attoriali; ma tenete conto che si tratta di un'opera, e che Voi non sapete cantare. Ho delle conoscenze, e posso farvi ottenere una buona scrittura per la prossima stagione di prosa... però, immagino che vogliate un risarcimento più immediato, e in contanti».
Erano intanto entrati nello studio del compositore.
«Immaginate male» disse Scaramouche. «Voglio solo porre rimedio a uno dei più insensati e odiosi crimini contro il buon gusto e il buon senso che si possano citare nella storia dell'arte musicale. Voglio cancellare la macchia con cui voi avete insudiciato la memoria di un grande musicista. Voglio che mi diate la partitura originale di quello scempio chiamato I misteri d'Iside».
«Eccola». Lachnith sollevò un manoscritto dal ripiano della sua scrivania e lo consegnò a Scaramouche: «Cosa ve ne farete, adesso?».
«Non lo so ancora. La strapperò in mille pezzi e la getterò nella Senna. Oppure ne attaccherò i fogli ai muri di Parigi per denunciare la vostra cialtroneria».
Lachnith rise: «Vedo che siete un idealista. Forse non vi siete accorto che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione è finita. Permettetemi di darvi un consiglio: perché non ve ne tornate in Italia? Laggiù c'è ancora da fare per le teste calde come voi. Già che ci siete, portate con voi quel musone del vostro amico, e ditegli che non è colpa nostra se i giacobini napoletani erano degli imbecilli... se avessero dato subito la terra ai contadini, anziché perdere tempo in chiacchiere, le cose sarebbero andate molto diversamente».
«Ce ne ricorderemo per la prossima rivoluzione» disse Scaramouche.

Nota bibliografica

Questo racconto deve molto al primo capitolo del libro di Augusto Illuminati Gli inganni di Sarastro, Einaudi, Torino 1980, che indaga – sia pure con qualche eccessivo schematismo – le relazioni fra la teoria politica di Rousseau, le scoperte di Franz Anton Mesmer, il Bastien und Bastienne – la cui prima rappresentazione si dice abbia avuto luogo nel giardino della casa di Mesmer a Vienna – e Il flauto magico di Mozart.
Hector Berlioz nelle sue Memorie critica con estrema durezza l'adattamento molto libero de Il Flauto Magico realizzato da Lachnith sotto il titolo de Les mystères d'Isis. Il testo originale delle Mémoires di Berlioz (Parigi 1865) è facilmente reperibile in Internet.
Sulle critiche rivolte a Mozart dal musicista suo contemporaneo Giuseppe Sarti si veda il saggio Sarti contro Mozart di Massimo Mila, ora in M. Mila, Mozart. Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino 2006, pp. 332-58.
La sorprendente identità fra il tema iniziale dell'ouverture del Bastien und Bastienne e l'inizio della Terza Sinfonia di Beethoven è, secondo Hermann Abert – citato da Wolfgang Hildesheimer nella sua nota biografia mozartiana –, una pura coincidenza. Com'è noto, Beethoven intendeva intitolare la sinfonia a Napoleone Bonaparte; secondo la tradizione, il musicista strappò la dedica quando seppe che Napoleone si era fatto incoronare imperatore.
Il parallelo fra Napoleone Bonaparte e il Sarastro di Mozart/Lachnith si trova in Jean Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, Milano 1980, p. 9. Alle pp. 183-85 dello stesso libro si parla della crisi alimentare in Francia fra la primavera del 1801 e il 1802.
Le idee esposte qui da Lachnith sulla modernità come spettacolo e sulla “gente” che si vuole divertire derivano in realtà dal libro di Alessandro Baricco L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Feltrinelli, Milano 2009.

venerdì 21 marzo 2014

La cultura delle destre

Il libro che sto recensendo è: Gabriele Turi, La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 175, Euro 14,00, ISBN 978-88-339-2429-8.

L'autore insegna storia contemporanea a Firenze e dirige la rivista "Passato e presente". Il libro, nonostante il titolo, non ha molto a che vedere col celebre saggio di Furio Jesi; ha un approccio decisamente meno teoretico, in compenso è ricchissimo di dati.

Il presupposto da cui parte è molto semplice: la cosiddetta "egemonia culturale della sinistra" nell'Italia del dopoguerra è una leggenda metropolitana. In realtà l'ideologia dominante è sempre stata di destra; Turi si spinge fino ad affermare una "centralità del fascismo nella storia culturale e civile del paese". Il berlusconismo è l'erede e il continuatore di questa cultura.

La trattazione inizia con un ampio estratto del famigerato intervento di Luciano Violante alla Camera del 10 maggio 1996 (quello che invitava a "riflettere" sui "ragazzi" di Salò in nome dei "valori nazionali comunemente condivisi"). Turi dimostra come l'exploit di Violante sia stato preparato da decenni di "edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini"; tappe importanti di questa operazione di normalizzazione del fascismo, a livello massmediatico, furono due mostre sugli anni '30, una allestita a Milano nel 1982 e l'altra a Roma nel 1984 (quest'ultima con la consulenza di Renzo De Felice): "entrambe promosse da amministrazioni socialiste", ha cura di specificare Turi.

Turi menziona poi un altro "caso esemplare": la proposta, da parte dell'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, nel 1995, di dedicare una via a Giuseppe Bottai. L'iniziativa riscosse il plauso (fra gli altri) di Massimo Cacciari, e fu bloccata solo dalle proteste della comunità ebraica; ci si era dimenticati, fra l'altro, che Bottai era stato uno dei sostenitori più ferventi delle leggi razziali; l'immagine corrente di Bottai era infatti quella giustificazionista del "fascista critico" delineata da Giordano Bruno Guerri nella sua fortunata biografia del 1976.

Il patriottismo, la ricerca di valori nazionali, di una "memoria condivisa" e di una "pacificazione" sono il Leitmotiv che, nella ricostruzione di Turi, caratterizza la polemica anti-antifascista condotta negli anni '90 da intellettuali come Renzo De Felice, Roberto Vivarelli, Ernesto Galli Della Loggia, spesso con l'assenso e il plauso della sinistra istituzionale. Troviamo ancora il buon Francesco Rutelli in prima linea nell'operazione di riabilitazione di Giovanni Gentile, filosofo a cui il comune di Roma dedicò un convegno nel 1994 presentandolo come un patriota al di sopra delle parti e dimenticandone l'organicità al nazifascismo.

Interessante notare che, in questo frame revisionistico, chi ostacola la "pacificazione", chi alimenta la "divisività", è un potenziale terrorista. Turi cita Vivarelli, secondo il quale per colpa degli antifascisti nell'Italia del dopoguerra "si perpetuò un clima di strisciante guerra civile, che [...] produsse la tragica stagione del terrorismo".

Turi sottolinea il ruolo degli intellettuali craxiani nel diffondere in Italia durante gli anni '80 le idee del neoliberismo reaganiano e thatcheriano e nel promuovere l'anticomunismo. Questi intellettuali poi, assieme ad altri di estrazione neofascista o cattolico-reazionaria, divennero nel decennio '90 gli artefici principali dell'ideologia populista berlusconiana, la quale nell'ultimo quindicennio si è dotata di "una rete di think thank, laboratori di idee ispirati al modello statunitense, capaci di costruire e diffondere un comune sentire"; tutta una serie di riviste, fondazioni, case editrici, "poco conosciute presso l'opinione pubblica" ma efficaci come centri di "aggregazione di intellettuali e di elaborazione culturale" (e, di solito, ben finanziate dagli industriali).

Turi ricostruisce minuziosamente alcuni fra i principali momenti dell'offensiva culturale di destra: la battaglia a favore del mantenimento del crocifisso nelle aule scolastiche (una battaglia vinta dalla destra anche a causa dell'atteggiamento imbelle assunto al riguardo dal centrosinistra); la vicenda, davvero tragicomica, della censura proposta dal centrodestra sui manuali scolastici di storia, anche qui in nome della "memoria condivisa", della pacificazione, dell'imparzialità e contro la presunta "egemonia culturale" della sinistra.

Interessante il confronto, proposto da Turi, fra il modo in cui il novantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale è stato ricordato in Italia e in altri paesi europei. Turi mostra come nel 2008 in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, le celebrazioni ufficiali siano state improntate alla pietà per le vittime, all'orrore per l'enormità del massacro e siano state accompagnate, a volte, da gesti ufficiali di riabilitazione dei soldati che furono condannati come disertori. Tutto il contrario in Italia, dove "la sostanza della commemorazione è rimasta affidata al tema dell'identità nazionale" e dove il ministero dell'Istruzione ha promosso una serie di conferenze nelle scuole affidate non agli storici ma agli ufficiali dell'esercito, in quella che è stata definita la "più imponente manifestazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi".

Nell'ultimo capitolo del suo libro Turi prova a tracciare una mappa del revisionismo storico su Internet, individuando "un network molto ampio di riviste e di istituzioni [...] una rete circolare in cui appaiono ripetutamente gli stessi nomi, specchio di una visione della storia che in breve tempo da antagonista è diventata governativa". Il capitolo è un ricco dossier di nomi e di indicazioni bibliografiche, una minuziosa schedatura di cui in questa sede non posso dare un'idea.

La conclusione cui giunge Gabriele Turi è che la cultura di destra è saldamente egemone ed è destinata a sopravvivere alla fine politica di Silvio Berlusconi. Aggiungerei che l'attuale esperienza dei governi di “larghe intese” (Monti, Letta, Renzi) getta una luce retrospettiva su molte delle prese di posizione filorevisioniste, da parte di esponenti del centrosinistra, ricordate nel libro di Turi. Bisognerebbe scrivere un libro analogo a quell di Turi, dedicato alla "cultura di sinistra", nel quale si mostrerebbe come a partire da Togliatti il nazionalismo abbia infettato nei decenni la cultura politica del PCI - PDS - DS - PD fino a stravolgerla completamente. Ma questa è un'altra storia.