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venerdì 26 giugno 2015

Tifiamo Scaramouche!

Tifiamo Scaramouche è una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF dal sito dei Wu Ming. Si tratta di una fan fiction derivante da L'armata dei sonnambuli, l'ultimo romanzo storico del collettivo uscito nel 2014.

A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L. Da un'idea di: Pietro Pace, Mauro Vanetti e Alessandro Villari (Avvocato Laser). Il progetto grafico e l'impaginazione si devono a Franco Berteni (Mr Mill) e Simone Scaffidi L. La copertina e le illustrazioni sono di Alessandro Caligaris e Francesca Sibona.

Qui di seguito, ecco il mio contributo, pubblicato nel terzo volume della raccolta. Buona lettura.


Il flauto tradito
Parigi, 1801

1.

A suo modo, Ludwig Wenzel Lachnith era un uomo generoso. La sera del 20 agosto 1801, dopo la trionfale prima della sua opera I misteri d'Iside al Teatro della Repubblica, il compositore offrì la cena all'intera troupe, comparse e suggeritore compresi.
Benché relegate al tavolo meno prestigioso dell'ampia sala del ristorante, le due comparse Léo Modonnet e Emanuele Gizzio potevano udire facilmente i discorsi del tavolo principale, quello dove sedeva Lachnith assieme al manager del teatro, al librettista Étienne Morel de Chédeville e ai cantanti protagonisti. Per meglio dire, potevano udire il monologo del torrenziale musicista boemo, la cui voce sopravanzava quelle di tutti gli altri.
«Eh sì, caro Chédeville! Il buon Mozart aveva del talento, questo nessuno lo vorrà negare; ma aveva anche un'esecrabile tendenza al lambiccato, all'insolito... In una parola: troppa complicazione! Oggigiorno il pubblico non ne vuole sapere di una musica che sia troppo difficile. La gente vuole ariette semplici, presentate con garbo, che tocchino il cuore senza affaticare il cervello. Prendete il Don Giovanni: quante graziose melodie! Parola mia, credo che abbiamo fatto bene a prenderne una in prestito, per il nostro terzetto. Tuttavia, andiamo... La scena con la statua nel finale secondo... Chi può sopportare una tale rombante cacofonia? Pensate solo questo: in quattro battute, quel povero basso deve cantare tutte e dodici le note della scala cromatica. Sapete? Un mio amico italiano, galantuomo e compositore eminente, mi parlava tempo fa con orrore di un certo quartetto per archi, dove Mozart ha accumulato tante di quelle dissonanze da creare un ripugnante caos, direi quasi un giacobinismo sonoro, dove va completamente perso ogni giusto criterio di gerarchia tra le sette note... Di proposito dico sette, non dodici; giacché nessuno, a meno che il suo orecchio non sia guastato dalla musica per tastiera, crederà mai che un re diesis possa essere uguale a un mi bemolle... Anzi: un re è sempre un re, come dicono in Italia, non è vero?».
«Ma va' curcati, buffuni!» commentò Gizzio a mezza voce.
«Perciò, quando mi fu proposto di allestire per le nostre scene Il Flauto magico, la prima cosa che pensai fu: sta bene; ma, per carità, sfrondiamo! Semplifichiamo!
Smussiamo le asperità del testo! Rendiamo il tutto più comprensibile, più adatto alle orecchie del nostro pubblico. Più elegante, anche. E l'esito così radioso di questa serata ha dimostrato che avevamo avuto pienamente ragione. Prima di tutto: i nomi. Tutti quei Tamino, Papageno e Papagena del testo originale, così goffi e plebei, noi li abbiamo cambiati nei molto più raffinati Isménor, Bochoris e Mona...».
Modonnet rise.
«Non voglio parlare della parte musicale. Ho dovuto lavorare parecchio di forbici e d'ingegno per dare una veste accettabile alla barbarica partitura. Ma, per quanto riguarda il vostro lavoro, Chédeville, potete andare orgoglioso di avere addolcito il carattere di quella terribile regina della notte. Certo, l'aria del secondo atto l'abbiamo dovuta proprio espungere: a parte che è impossibile da cantare, ma quel testo “der hölle Rache kocht in meinem Herzen...”, “vendetta infernale sento nel mio petto”... Ahimè! Una gentile e amabile donzella come voi, signorina Maillard, avrebbe dovuto intonare tali parole? Per carità! Abbiamo già sofferto abbastanza, qualche anno fa, con quella spaventosa Medea di Cherubini. Basta, basta! I personaggi femminili, a teatro, devono rassicurare, non inquietare! Belle fanciulle, mogli e madri esemplari: questo vuole il nostro distinto pubblico. Perché la gente, la sera, vuole distrarsi dai traffici quotidiani del commercio e della Borsa, e trovare sollievo dalle cure dello Stato. Dirò di più: nell'epoca moderna la gente vuole vivere il proprio tempo come un affascinante, mutevole, infinito spettacolo. In una parola, vuole divertirsi. Il nostro compito è di farli divertire. E questa sera ci siamo riusciti; possiamo affermarlo con fierezza. Brindiamo!».

2.

Erano passate le quattro del mattino quando Modonnet e Gizzio ritornavano al foborgo Sant'Antonio. Davanti alle botteghe dei fornai c'erano già le prime code. I volti e i discorsi delle persone in fila per il pane manifestavano stanchezza, frustrazione, rabbia.
«Quattordici soldi per quattro libbre di pane! Così non si può andare avanti».
«Uno schifo, altro che!».
«Bonaparte non sta facendo un cazzo».
«Sbagli, cittadina. Bonaparte sta facendo parecchio. Solo, non per noialtri».
«Per i grandi proprietari. Per i nobili, gli speculatori, i fornitori dell'esercito e i finanzieri. Per quei merdosi, ecco per chi sta lavorando il Primo console...».
Gizzio sembrava ancora più taciturno del solito. Per tutto il cammino dal centro al foborgo, dove lui e Modonnet abitavano, disse a malapena due parole, eccettuate le strane bestemmie che ogni tanto sputava tra i denti.
«Toglimi una curiosità» gli chiese alla fine Modonnet mentre stavano per arrivare a casa. «Al tuo paese è normale invocare con tanta frequenza la ghigliottina su Gesù Cristo, sulla Madonna e su tutti i santi, come fai tu?».
Gizzio rise amaramente: «Lo facciamo di continuo. Tutti, anche i bambini e i preti. Vieni a vivere un mese dalle mie parti, e capirai».
«Non mi ricordo mai come si chiama la tua città».
«Io stesso vorrei non ricordarmene. Comunque, non è una città: è un villaggio di poche anime sperduto nell'Aspromonte. Ammesso che esista ancora. Non ho sue notizie da due anni, cioè da quando sono venuto qui a Parigi».
Era il discorso più lungo che Modonnet gli avesse mai udito fare.
«Ma no» proseguì Gizzio, come parlando fra sé. «Giudico troppo severamente i miei compaesani. In fondo, nessuno di loro si è arruolato nell'Armata cristiana e reale». Gizzio pronunciò queste ultime parole con una smorfia di disgusto.
«Ne ho sentito parlare» commentò Modonnet. «Le bande del cardinale Ruffo, non è vero? Una specie di Vandea...».
«Molto peggio. I vandeani, almeno, sapevano per cosa combattevano; i sanfedisti invece si sono solo fatti affascinare dai feudatari e dai preti. Hanno avuto quello che si meritavano. Li aspettano altri due o tre secoli di dispotismo e di miseria. E ti dico la verità: penso che anche qui, in Francia, andrà a finire allo stesso modo. Te lo concedo: finora il popolo di Parigi si è comportato bene, specialmente i tuoi compagni del foborgo Sant'Antonio. Ma quanto ancora potranno resistere? I contadini francesi non sono affatto
più intelligenti di quelli del Regno di Napoli; nelle campagne già da tempo monta la reazione. Gente che cerca solo un padrone cui obbedire; e in buona parte l'ha già trovato. E allora non chiedermi perché bestemmio, Léo: mi è rimasto solo questo, mannaia lu signuri!».
«Ho sempre apprezzato il tuo ottimismo, cittadino Gizzio!» concluse Modonnet.

3.

Uno dei vantaggi del mestiere teatrale è che permette di dormire sino a tardi; quando si ha un tetto sotto cui ripararsi, naturalmente. Léo Modonnet, per ora, l'aveva; ma quella mattina dormì lo stesso un sonno assai inquieto. Verso mezzogiorno, poco prima di svegliarsi, fece uno dei sogni più enigmatici della sua vita.
Era un sogno musicale. Modonnet udiva con una chiarezza allucinatoria una breve melodia, gentile e saltellante, in uno stile antiquato, suonata da una piccola orchestra. Poi, lo stesso tema, ma eseguito da un'orchestra molto più grande, con accenti molto più imperiosi e con una chiusa cromatica vagamente minacciosa. A questo punto appariva uno strano ometto, che si esprimeva con un forte accento tedesco. «Ogni vero artista, mein Freund, è anche uno Zauberer – un mago –, sì. Può capitargli di prevedere un futuro imprevedibile. Cosa, o chi, aveva in mente Rousseau quando, riferendosi alla Corsica, scriveva: “ho il vago presentimento che un giorno questa piccola isola stupirà l'Europa”? E quel ragazzino di dodici anni, che un giorno nel mio giardino mise in scena il suo Bastien und Bastienne – come poté presentire che un giorno la volontà generale sarebbe stata manipolata e circuita da un tiranno? Eppure, mein Freund, la storia non è mai un copione già scritto, così come una partitura non è mai immodificabile. E quando ci si accorge che la pagina è guasta, rimane sempre una soluzione: strapparla».
Modonnet si svegliò frastornato e con un forte mal di testa. Senza sapere bene perché, la prima cosa che fece fu aprire il suo baule per cercarvi un involto. Dentro c'erano una maschera nera, un mantello e un bastone dal manico lucente.
Quella notte, Ludwig Wenzel Lachnith, davanti al portone di casa sua, mentre frugava un po' alticcio nelle tasche del suo soprabito per cercare la chiave, notò una scritta di colore rosso fosforescente sul muro proprio accanto alla porta:

RACHE

Prima che avesse il tempo di chiedersi cosa stava succedendo, avvertì il brivido freddo di una lama proprio sotto il mento, e udì alle sue spalle una voce altrettanto metallica e tagliente: «Cittadino musicista, vogliate cortesemente condurmi nel vostro studio».
«Come volete, amico mio» diceva Lachnith mentre saliva le scale, tallonato da Scaramouche. «Non c'è bisogno di tutta questa commedia... vi ho riconosciuto, sapete?».
«Merda» pensò Modonnet.
«Eravate con me a cena ieri sera. Ammetto che il ruolo che vi è stato assegnato nell'ultima produzione è al di sotto delle vostre capacità attoriali; ma tenete conto che si tratta di un'opera, e che Voi non sapete cantare. Ho delle conoscenze, e posso farvi ottenere una buona scrittura per la prossima stagione di prosa... però, immagino che vogliate un risarcimento più immediato, e in contanti».
Erano intanto entrati nello studio del compositore.
«Immaginate male» disse Scaramouche. «Voglio solo porre rimedio a uno dei più insensati e odiosi crimini contro il buon gusto e il buon senso che si possano citare nella storia dell'arte musicale. Voglio cancellare la macchia con cui voi avete insudiciato la memoria di un grande musicista. Voglio che mi diate la partitura originale di quello scempio chiamato I misteri d'Iside».
«Eccola». Lachnith sollevò un manoscritto dal ripiano della sua scrivania e lo consegnò a Scaramouche: «Cosa ve ne farete, adesso?».
«Non lo so ancora. La strapperò in mille pezzi e la getterò nella Senna. Oppure ne attaccherò i fogli ai muri di Parigi per denunciare la vostra cialtroneria».
Lachnith rise: «Vedo che siete un idealista. Forse non vi siete accorto che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione è finita. Permettetemi di darvi un consiglio: perché non ve ne tornate in Italia? Laggiù c'è ancora da fare per le teste calde come voi. Già che ci siete, portate con voi quel musone del vostro amico, e ditegli che non è colpa nostra se i giacobini napoletani erano degli imbecilli... se avessero dato subito la terra ai contadini, anziché perdere tempo in chiacchiere, le cose sarebbero andate molto diversamente».
«Ce ne ricorderemo per la prossima rivoluzione» disse Scaramouche.

Nota bibliografica

Questo racconto deve molto al primo capitolo del libro di Augusto Illuminati Gli inganni di Sarastro, Einaudi, Torino 1980, che indaga – sia pure con qualche eccessivo schematismo – le relazioni fra la teoria politica di Rousseau, le scoperte di Franz Anton Mesmer, il Bastien und Bastienne – la cui prima rappresentazione si dice abbia avuto luogo nel giardino della casa di Mesmer a Vienna – e Il flauto magico di Mozart.
Hector Berlioz nelle sue Memorie critica con estrema durezza l'adattamento molto libero de Il Flauto Magico realizzato da Lachnith sotto il titolo de Les mystères d'Isis. Il testo originale delle Mémoires di Berlioz (Parigi 1865) è facilmente reperibile in Internet.
Sulle critiche rivolte a Mozart dal musicista suo contemporaneo Giuseppe Sarti si veda il saggio Sarti contro Mozart di Massimo Mila, ora in M. Mila, Mozart. Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino 2006, pp. 332-58.
La sorprendente identità fra il tema iniziale dell'ouverture del Bastien und Bastienne e l'inizio della Terza Sinfonia di Beethoven è, secondo Hermann Abert – citato da Wolfgang Hildesheimer nella sua nota biografia mozartiana –, una pura coincidenza. Com'è noto, Beethoven intendeva intitolare la sinfonia a Napoleone Bonaparte; secondo la tradizione, il musicista strappò la dedica quando seppe che Napoleone si era fatto incoronare imperatore.
Il parallelo fra Napoleone Bonaparte e il Sarastro di Mozart/Lachnith si trova in Jean Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, Milano 1980, p. 9. Alle pp. 183-85 dello stesso libro si parla della crisi alimentare in Francia fra la primavera del 1801 e il 1802.
Le idee esposte qui da Lachnith sulla modernità come spettacolo e sulla “gente” che si vuole divertire derivano in realtà dal libro di Alessandro Baricco L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Feltrinelli, Milano 2009.

martedì 27 agosto 2013

Harmonices Mundi

Ecco qui di seguito il mio contributo alla raccolta Tifiamo asteroide. Cento storie sulla fine catastrofica del governo Letta.

Dai banchi del governo, il Presidente del Consiglio leggeva il discorso di presentazione della finanziaria 2014.

L'emiciclo di Montecitorio era completamente vuoto.

Il nuovo regolamento della Camera, approvato all'unanimità pochi mesi prima, prevedeva solo riunioni in videoconferenza. Gli onorevoli seguivano e votavano da casa, via Intranet, attraverso una rete locale controllata dal Ministero dell'Interno, con notevole risparmio per l'erario.

Il centro di Roma era deserto, recintato: "zona rossa" presidiata dalle autoblindo dell'esercito e da pattuglie mobili dei corpi di polizia. Gli abitanti erano stati invitati a non uscire di casa. Comunque quasi tutti erano già sfollati nelle seconde case in località di villeggiatura, perché non si sa mai.

Dal cielo, per ora, solo il rombo degli elicotteri. In lontananza, dalla periferia della città, si udivano provenire paurosi boati e colonne di fumo nero si levavano all'orizzonte. Stava accadendo qualcosa laggiù. Difficile sapere cosa, perché le telecomunicazioni erano state temporaneamente oscurate e Internet funzionava poco e male, evidentemente per intervento della polizia postale e dei servizi. Ma eravamo riusciti ad intercettare la linea Intranet del ministero, e dalla nostra base potevamo seguire la seduta del parlamento; ammesso che la si potesse ancora chiamare così.

I passaggi principali del discorso di Letta erano commentati da tonanti applausi preregistrati. Licenziamento di metà dei dipendenti pubblici (applausi). Chiusura di un terzo delle scuole e di un terzo degli ospedali (applausi). Abolizione dello statuto dei lavoratori (applausi). Nuova legge molto più restrittiva sullo sciopero, sui sindacati, sulla stampa (applausi), innalzamento a 80 anni dell'età pensionabile (applausi), e ancora tagli, tagli, tagli... Aumento dei finanziamenti alle scuole private. Applausi. Aumento delle spese militari. Applausi.

Arrivato al passaggio sulla chiusura dei Conservatori, Letta si interruppe. C'era un sostantivo tedesco, Sphärenmusik. Cosa diavolo voleva dire? Certo, il testo del discorso era arrivato solo un'ora prima da Francoforte, e la segreteria aveva dovuto farlo tradurre in fretta e furia. "Ma caspita", pensò il Presidente del consiglio, "questo significa lavorare col culo. Anche lì bisognerà licenziare"...

Letta non riuscì a completare il pensiero, interrotto da un fatto improvviso e incomprensibile. Gli altoparlanti della Camera, al posto degli applausi finti, avevano iniziato a diffondere il Capriccio n. 24 in la minore di Niccolò Paganini.

Che stava succedendo? Mentre Letta e gli altri componenti il governo si guardavano intorno, disorientati, la musica fu sovrastata da un sibilo acutissimo, che si faceva sempre più forte.

Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.

martedì 26 febbraio 2013

1994


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Mon, 14 Feb 1994 12:09:05
Subject: Eccomi

Mannaggia a te! Che c'era di male nelle lettere cartacee? Signornò. "Dai, mandami un'e-mail! E' facile, divertente, vedrai!". - Intanto ho dovuto iscrivermi al laboratorio d'informatica di questa cavolo di università, dove bisogna fare domanda in carta bollata anche per un caffè al bar. Poi, io il computer manco lo so usare. A quest'ora dovrei essere in sala studio a preparare l'esame di diritto privato comparato (capirai); invece sto qua ad arrovellarmi con tastiera e mouse.

Va beh. Ti scrivo per questo: devi assolutamente registrarmi un po' di cassette di musica rock. Hai presente? Quella che tu hai sempre detto che io la snobbo. Specialmente, quanto più progressive anni '70 riesci a procurarmi. Non so, gli Yes, i Genesis, i King Crimson, quella roba là. E poi il grunge. Non i Nirvana, ché onestamente non li reggo: Smashing Pumpkins, Pearl Jam, Soundgarden. E magari della musica da discoteca, però di un certo livello. E ci sarebbe un pezzo di un gruppo inglese che mi ossessiona, si chiama... ce l'ho sulla punta della lingua. Basta, appena mi ricordo il titolo te lo dico.

No, non sono impazzito. E' che ho conosciuto una ragazza molto simpatica che ha questi gusti musicali. Anche molto bella, a dire la verità. Anzi, la sola cosa che le vorrei dire è proprio questa: che la trovo bellissima. Ma, tu mi conosci; non c'è verso; se provo ad affrontare l'argomento, ammutolisco senza rimedio. Così mi servono urgentemente altri argomenti di conversazione. Lei studia inglese, e fin qui posso arrangiarmi. L'ho anche accompagnata a lezione, ho studiato i suoi appunti. Sai? Sto diventando, credo, il massimo esperto di T. S. Eliot di tutto il basso Ionio reggino. Quest'estate, se non altro, potrò esibirmi nei locali sul lungomare recitando The Waste Land a memoria.

Ma tutto questo non basta. Prima o poi dovrò trovare il coraggio di invitarla a uscire una sera, che so, ad un concerto, o addirittura (non ridere) a ballare. Perché ho capito che alle matinée in Conservatorio lei non ci viene. Ebbene, è qui che subentri tu. Devi aiutarmi ad andare oltre Beethoven. Ripeto, procurami del rock, perché mi serve come il pane!

Attendo tue notizie, stammi bene.

P.S. Mi sono ricordato il titolo di quella canzone: Creep, dei Radiohead.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Mon, 21 Mar 1994 15:31:22
Subject: Re: Re: Eccomi

Grandi novità! Abbiamo occupato. Ora la nostra casa dello studente è Pensionato Universitario Occupato Autogestito. L'abbiamo deciso venerdì sera, al termine di un'agitata assemblea sugli ultimi aumenti delle rette e della mensa. Io mi sono aggiudicato la gran parte dei turni di notte in portineria: sia per evitare i turni di pulizia, sia perché mi piace fare le ore piccole e perché durante l'occupazione c'è un bel clima. Si parla, si beve, si fuma tabacco e non solo: effettivamente, non sto studiando granché. Però mi diverto.

Ieri, per esempio, verso la mezzanotte la situazione comprendeva una bottiglia di mirto, uno stereo, sei-sette persone fra cui Alice (la ragazza di cui ti ho parlato nella mia ultima lettera) e me. Il guaio è che dopo un'oretta loro sono usciti, per andare credo in discoteca, mentre io dovevo rimanere per continuare il turno; ma mi hanno lasciato la bottiglia, d'altronde semivuota, e lo stereo. O forse due bottiglie e due sterei, a quel punto non capivo più bene. Sono riuscito, in qualche modo, a togliere la cassetta dei Rage Against The Machine e a mettere su il Lamento d'Arianna di Monteverdi, che in quel momento era anche più adatto.

A proposito: mi hai registrato le cassette che ti ho chiesto? Se scendi anche tu in Calabria per le elezioni, tra una settimana me le puoi dare. Ma l'hai visto quel pagliaccio miliardario? E pensa che magari qualcuno lo voterà anche. Viviamo in un paese meraviglioso.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Fri, 15 Apr 1994, 16:05:30
Subject: buona notte al secchio

La sai una cosa? Tre anni fa, dopo il diploma, commisi un solo errore.

Allo sportello della stazione chiesi un biglietto per Milano. Sbagliai: avrei dovuto comprare un sola andata per Londra, o per Parigi, o per Berlino.

L'occupazione è finita. L'Ente per il Diritto allo Studio ha promesso che, col nuovo bilancio, ben il 3,75% delle risorse aggiuntive sarà stanziato per porre rimedio ai recenti rincari delle tariffe, compatibilmente con il principio del pareggio contabile.

Insomma: non abbiamo ottenuto un bel niente.

Ho saputo che Alice si è fidanzata. Con uno studente d'ingegneria, milanese da varie generazioni e di ottima famiglia, buon giocatore dilettante di basket. Ha una macchina svedese con doppia alimentazione, benzina verde e gas, perché bisogna proteggere l'ambiente. Un bravissimo ragazzo.

Tutto è perduto. Mentre questa ridicola nazione, consegnatasi ancora volontaria nelle mani di un tirannello squilibrato, si avvia verso il suo triste destino, io ti comunico la mia irrevocabile decisione.

Pongo rimedio al mio errore.

Espatrio.

E basta, con queste e-mail del piffero! Ti farò avere prossimamente il mio nuovo recapito estero.

La sai un'altra cosa? Siamese Dream degli Smashing Pumpkins è molto più noioso della più tediosa sinfonia di Bruckner.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Tue, 26 Apr 1994 16:28:43
Subject: scherzavo

E niente: all'estero non sono andato.

Ti spiego cos'è successo.

Sai che mi è sempre piaciuto stare sveglio fino a tardi; ultimamente sto esagerando; mi succede spesso di fare l'alba. Da un po' non scendo neanche più in sala studio, per non rischiare d'incontrare Alice. La sera me ne sto tappato in camera, ascoltando Brahms.

Un mio consiglio per i giovani: se abitate in una casa dello studente, cercate di non innamorarvi mai di un'altra persona ospite del pensionato. Soprattutto se non corrisposti.

Bene: domenica notte, mentre studiavo, ho messo su il Tristano. Così, tanto per cambiare. Ma, poco dopo il preludio, ho dovuto spegnere.

Frisch weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?


Mi si è annebbiata la vista, e ho scoperto che avevo finito i kleenex. Ho chiuso il libro. Mi sono alzato dalla sedia e sono andato a lavarmi il viso con l'acqua fredda. Poi sono tornato alla scrivania.

Ho acceso il quinto canale della radio (quello che trasmette solo classica). C'era un brano di avanguardia; una cosa che non conoscevo, una specie di collage sonoro sul tipo di Revolution 9 dei Beatles, hai presente? Folle in tumulto, suoni strani, rumori ambientali, nastri in loop, voci umane che declamano sillabe incomprensibili. Un delirio.

Roba forte! Ho attaccato lo spinotto delle cuffie alla radio e mi sono sparato il brano nelle orecchie, chiudendo gli occhi e reclinando indietro la testa. A un certo punto, dal tappeto sonoro ha cominciato a emergere una voce femminile, che sembrava pronunciare un testo coerente. Dapprima si sentiva sullo sfondo, e non si capiva bene cosa dicesse; qualcosa sul Vietnam. Man mano, la voce diventava sempre più forte, più netta, e veniva sempre più in primo piano. Alla fine, con una presenza sonora impressionante, la voce scandiva, anzi no scolpiva, queste parole: "Rimanete qui, e combattete per la vostra dignità di uomini".

"Avete ascoltato: Luigi Nono, Contrappunto dialettico alla mente", ha detto l'annunciatore.

Ho staccato lo spinotto, ho tolto le cuffie e ho spento la radio.

Ho riconsiderato la mia intenzione di espatriare. Ho pensato: ma non l'ho già fatto? Sono già emigrato. E prima di me mio padre, proprio negli anni in cui Nono componeva quel pezzo.

Quante volte ancora voglio fare le valigie?

Possibile che l'unica soluzione sia quella di scappare sempre più lontano?

L'indomani, 25 aprile, sono andato alla manifestazione. Il concentramento era alle due del pomeriggio; ma mi sono svegliato così tardi che non ho potuto neanche fare colazione. Ho preso un caffè al distributore automatico giù in atrio e sono uscito, in direzione porta Venezia.

Era previsto un corteo molto grande. E' stato immenso. Mai vista tanta gente tutta insieme! E che varietà, quanti colori, che musiche, che allegria! Quanta pioggia, anche: veniva giù a secchiate, per tutta la durata della manifestazione.



Io ero in fondo al corteo, e pensa che non sono neppure riuscito a entrare in piazza Duomo, tanto era gremita! Ho svoltato per piazza Fontana, poi per via Larga. Ho vagato per un pezzo; non so chi o cosa mi aspettassi di trovare, a parte qualcosa da mettere sotto i denti, dato che avevo una fame da lupo.

Mi sono ritrovato, non so come, in piazza Sant'Alessandro, vicino alla facoltà di lingue, che naturalmente era chiusa; c'era però un bar-tavola calda miracolosamente aperto; mi ci sono fiondato dentro.

Ero seduto sul mio sgabello, dando le spalle all'ingresso, e divoravo la mia pizzetta, ovviamente pessima come solo a Milano la sanno fare, quando mi è parso di vedere una sorta di variazione nella luce. Come se avesse improvvisamente smesso di piovere e fosse uscito un sole splendente.

Mi giro, e vedo Alice entrare nel locale e raggiungermi.

Era in tenuta da manifestazione: jeans sdruciti, camicia grunge, niente make-up (lei che di solito è così curata). I lunghi capelli biondi inumiditi dalla pioggia, che intanto continuava a scrosciare.

"Ciao", le dico. "Dov'è il tuo fidanzato?"

"Sciocco", mi ha risposto. "Oggi ci sono cose più importanti", ha detto. "C'è mezza casa dello studente qui fuori: abbiamo fatto uno striscione molto figo, lo andiamo ad attaccare al portone dell'I.S.U. Cosa fai qua, solo come un gufo? Vieni anche tu!"

Non me lo sono fatto dire due volte.

E dunque. Fra un mese ho l'esame di diritto sindacale. Materia interessante, sai? Credo che chiederò la tesi.

Per ora rimango qui.

(Racconto già pubblicato su Evulon. Ogni riferimento a fatti, persone, città, eventi, uomini politici, bar e pizzette della realtà è puramente casuale).

giovedì 22 marzo 2012

La Quinta sinfonia di Brahms

Vogliamo oggi parlare della meno eseguita fra le sinfonie di Brahms: la Sinfonia n. 5 in do maggiore, op. 123.

Questa sinfonia è il "canto del cigno" del grande musicista, che la terminò nel 1898, pochi mesi prima del suo definitivo crollo psichico.

Brahms visse ancora una decina d'anni chiuso nel manicomio di Amburgo, dove, secondo le relazioni cliniche e le testimonianze del personale ospedaliero, condusse una vita vegetativa, completamente immemore, punteggiata da intervalli di coscienza (ma non di lucidità), durante i quali il povero Brahms sosteneva di essere una taverniera; in tale sua immaginaria qualità di ostessa di una bettola di infimo ordine, Brahms interloquiva coi medici e gli infermieri, scambiandoli per avventori del suo locale. Lo si poteva allora udire in tutto il manicomio mentre, con voce stridula, urlava frasi del tipo: "Quante birre al tavolo sei?" - Tale scena penosa, su cui i biografi di Brahms hanno mantenuto, fino a tempi recenti, un imbarazzato silenzio, si ripeteva una o due volte la settimana.

Si direbbe che l'incombente follia abbia proiettato la sua oscura ombra anche sulla ricezione di quest'ultima opera brahmsiana, che già al suo apparire lasciò perplessi ascoltatori e critici, innanzitutto per la sua durata stranamente breve: la sinfonia dura circa venti o venticinque minuti, a seconda delle interpretazioni (diciotto minuti nella lettura di Toscanini, ventisette in quella di Klemperer; un'incisione dal vivo di Celibidache, con l'orchestra sinfonica della RAI di Napoli, arriva ai quaranta minuti, ma solo perché il direttore allunga fino all'inverosimile gli intervalli fra un movimento e l'altro). Decisamente poco per il pubblico dell'epoca, abituato al gigantismo formale.

Un altro motivo di stupore derivò poi dalla strumentazione, che comprende, oltre al solito organico orchestrale, anche una fisarmonica, un mandolino e un sassofono. Inoltre nell'ultimo movimento è introdotta una voce di basso.

Il primo movimento, Allegro amabile, in forma sonata, inizia con il primo tema, esposto dai soli archi. E' una melodia languida, per non dire sensuale, costruita sulle note Do - La - La - Mi bemolle - Do- Si. In tedesco, queste note si scrivono C - A- A- Es - C - H; si tratta perciò di un chiaro riferimento al nome di Clara Schumann, la musicista per la quale, com'è noto, Brahms nutrì a lungo una segreta e infelice passione. Dopo un ponte modulante, si passa al secondo tema, che è costituito, abbastanza sorprendentemente, dalla ben nota canzone goliardica italiana detta "delle osterie". Il tema viene ripetuto varie volte, con un crescendo rossiniano inconsueto in Brahms, passando da una sezione all'altra dell'orchestra, in modo sempre più insistente. Lo sviluppo è costituito da una ingegnosa combinazione contrappuntistica fra il primo tema e le ultime battute del secondo tema (quelle che, nel testo della canzone, corrispondono alle parole "Dammela a me, biondina, dammela a me, biondà"). La ripresa è assai regolare, ed è seguita da una coda in cui Brahms cita la melodia di un'altra canzone goliardica, Gaudeamus igitur, già da lui utilizzata nella sua Ouverture accademica, op. 80.

Il secondo movimento, Andante comodo, è in forma tripartita. Qui, dopo le stravaganze del primo tempo, ritroviamo con piacere il consueto Brahms di tanti suoi andanti sinfonici: nobile, compassato, un tantino soporifero. La parte centrale dell'Andante si distingue per il finissimo dialogo strumentale fra il sassofono e il mandolino, su una melodia che presenta sottili analogie strutturali con il tema dell'Andante del Trio op. 17 di Clara Schumann.

Non si discosta dal sostanziale classicismo dell'Andante il Minuetto con trio che costituisce il terzo movimento della sinfonia: anzi, questo Minuetto è così ostentatamente haydniano, così settecentesco in modo quasi iperrealistico, che nell'ascoltatore inizia a farsi strada il dubbio se Brahms stia facendo sul serio, e se, a questo punto, ci stia ancora con la testa.

Ogni dubbio viene meno con l'inizio del famigerato quarto movimento. Dapprima entra la fisarmonica solista, proponendo un Recitativo strumentale di sedici battute che non si sa veramente come definire. Dopodiché il basso, senza alcun accompagnamento strumentale, intona alcuni frammenti di Saffo, ordinati dallo stesso Brahms in una sequenza, di cui si ricorderà quarant'anni dopo il nostro Quasimodo nella sua traduzione dei lirici greci:

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.
Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


E' difficile ascoltare questo recitativo senza provare disagio: il basso, infatti, inizia nel proprio registro centrale, ma poi sale gradualmente, terminando su delle note che si trovano talmente oltre il limite della sua estensione, che finora nessun cantante è riuscito ad intonarle se non in falsetto. Ebbene sì: qui al compositore ha decisamente dato di volta il cervello.

A questo punto entra l'orchestra, attaccando l'Allegretto, in forma di rondò, su cui il basso canta un testo, elaborato dallo stesso Brahms, tratto dal Cantico di Re Salomone. La singolare difficoltà di questa parte vocale, caratterizzata da repentini salti di registro, costituisce certamente uno dei motivi per i quali la Sinfonia n. 5 di Brahms viene eseguita così raramente, ma non è l'unico. Soprattutto è sconcertante la disinvoltura con cui Brahms si appropria di intere sequenze tratte dalla Traviata, dalla Carmen, dal Tristano di Wagner e dalla Manon Lescaut di Puccini, senza neppure sottoporle al lavorìo dell'elaborazione tematica e contrappuntistica di cui è maestro. No, qui Brahms prende interi brani di queste opere e li schiaffa pari pari nel suo rondò, che si trasforma così in una sorta di pot-pourri da operetta.

La Sinfonia n. 5 termina con un altro sberleffo musicale, questa volta affidato alla melodia della canzone napoletana "Oi Marì, oi Marì / quanto suonno aggio perso pe' tte!", eseguita all'unisono dall'intera orchestra e dal basso, per chiudere con un accordo violentemente dissonante che usa tutte e dodici le note della scala cromatica, più alcuni quarti di tono.

Mentre, come si è detto, i contemporanei di Brahms non nascosero l'inquietudine e l'imbarazzo di fronte a questa sinfonia, la critica novecentesca appare molto divisa. Il critico Giorgio Lukács, in una delle sue rare incursioni in ambito musicale, definisce la Quinta Sinfonia di Brahms "uno dei documenti più impressionanti della decadenza artistica e morale della borghesia capitalistica nella sua fase imperialista"; giudizio sostanzialmente riecheggiato da Teodoro Adorno, il quale ebbe a parlare, a proposito di questa sinfonia, di "evidente involuzione reazionaria, basata sulla negazione astorica della funzione sociale della relazione armonica, nella misura in cui il contrappunto, materialisticamente e dialetticamente inteso, cede il passo al costrutto timbrico falsamente progressivo, di carattere apoditticamente neoclassico, orientato a destra, prematurato e antani". La sinfonia fu invece molto lodata da Stravinsky e, ai nostri giorni, da Pierre Boulez, che ne ha dato l'interpretazione forse più vibrante.

Significativa, a suo modo, fu la reazione di Glenn Gould, il quale, durante un'intervista radiofonica col fido Bruno Monsaingeon, da questi interrogato su cosa ne pensasse della Quinta sinfonia di Brahms, per tutta risposta cominciò a ridere, dapprima sommessamente e poi in modo sempre più convulso e irrefrenabile, al punto che l'intervista dovette essere interrotta.

Ma è tempo di passare alla conoscenza diretta di questa composizione così controversa. Ecco il link, con l'avvertenza che, su alcuni browser e con sistemi operativi non aggiornati, la pagina potrebbe anche non aprirsi. Comunque, buon ascolto.

(Già pubblicato su Evulon).

martedì 20 dicembre 2011

La stanza della duchessa

Quello che segue è un racconto che ho scritto per partecipare a un concorso letterario. Le regole sono: un racconto dal titolo "La Stanza della Duchessa", della lunghezza massima di 3.600 caratteri, che contenga un riferimento alle scarpe (lo sponsor è il Museo della Calzatura di Vigevano). Il racconto dev'essere inedito, ma ne è ammessa la pubblicazione sul proprio blog. E allora, eccolo qua. La versione seguente è un po' più lunga di quella che invierò per il concorso (ho dovuto ridurre il testo per rientrare nel limite delle 3.600 battute).
Aggiornamento (25 febbraio 2012): pubblico qui di seguito la versione che ha partecipato al concorso (e che non ha vinto). La versione lunga, invece, la potete leggere su Evulon.


La notte del 7 gennaio 1463, a Parigi, dopo l'ora del coprifuoco, un uomo percorreva a grandi passi la rue Saint-Jacques deserta, diretto verso la Senna.
Era magro e allampanato, piuttosto malmesso. Portava una voluminosa borsa e, in più, teneva sotto il braccio un fardello malamente avvolto in un panno. Faceva molto freddo.
Giunto nei pressi del Petit Pont, l'uomo si fermò sotto una finestra, raccolse della ghiaia e la gettò contro i battenti. Poi chiamò con voce smorzata: "Margot! Aprimi!"
All'interno una candela si accese. L'uscio si aprì e una voce femminile mormorò: "Villon? Sei tu?"
"No, sono il re d'Inghilterra. Sei sola?"
"Sì. Stanotte non ho clienti".
"Allora dai, fammi entrare, o domattina uscendo mi troverai qui stecchito come un'aringa!"
"Grazie al cielo! Allora ti hanno scarcerato", disse Margot, guidando il suo amico su per la scala del modesto alloggio.
"Già" rispose lui, "la Suprema Corte ha accolto il mio appello. Per stavolta non finirò sulla forca. Però..."
Si interruppe, osservando con aria incerta Margot la quale, nel frattempo, si era seduta sul bordo del letto a due piazze che occupava quasi interamente la stanza.
"Come, per stavolta?" disse la ragazza. "In che altri guai ti vorresti cacciare? Siediti invece, e fammi vedere cosa c'è nel fagotto che hai portato. Un regalo per me, vero?"
François si accomodò accanto a Margot e srotolò il panno, che conteneva un paio di eleganti sandali di pelle dal tacco alto.
"Dove li hai comprati?" disse lei, sorridendo deliziata.
"Sono scarpe italiane" disse lui. "Erano sulla bancarella di un mercante lombardo, alle Halles. Non è che le ho proprio comprate. Mi sono detto: queste sono per la mia Margot! Allora mi sono avvicinato di soppiatto e..."
La donna lo zittì con un bacio. Poi spense la candela.
Intanto, fuori, iniziava a nevicare.

Quando François si svegliò (era mattina inoltrata), per prima cosa vide Margot che stava disegnando con un carboncino sul retro di un manoscritto.
"Scusa", disse Margot, "mi serviva un foglio e ho visto che la tua borsa ne era piena. E' il tuo ritratto", disse porgendo il foglio a François. "C'era scritto qualcosa di importante?"
"No", disse lui. "E' una stanza della ballata che scrissi cinque anni fa per la duchessa d'Orléans. Ma era una brutta poesia. Il tuo disegno, invece, è molto bello. Conservalo, te ne prego".
"Allora è deciso! Io la duchessa, tu il duca, e questo sarà il nostro castello!"
"Margot, ti devo dire una cosa. I giudici hanno annullato la mia condanna a morte, è vero. Però mi hanno bandito da Parigi".
La donna si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Era tutto ricoperto di neve. "Per quanto tempo?", disse.
"Dieci anni. Devo lasciare la città entro oggi".
Margot si volse e, guardando François dritto negli occhi, disse: "Vengo con te".
Lui scese dal letto. Raggiunse Margot, che era in piedi davanti alla finestra. C'era il sole, e il riverbero illuminava i capelli di lei. Sempre guardandola negli occhi, François prese fra le sue le mani di Margot.
"Andremo in Italia", disse François. "Laggiù ci sono città accoglienti e ben governate, rette da leggi giuste. L'arte e la poesia sono onorate e apprezzate. Quello è il posto per noi! Potremmo andare a Firenze da Cosimo de' Medici, o anche a Napoli, da re Ferdinando. Oppure nel Ducato di Milano, da Francesco Sforza: mi hanno detto che lì si vive bene. Partiamo adesso!"
"Sì. E quando questa neve si sarà sciolta, noi saremo già lontano", disse Margot.

martedì 4 ottobre 2011

Una pagina che Thomas Mann non ha mai scritto

"Gli occidentali hanno forma, ma non hanno profondità", sentenziò Deutschlin. "I russi hanno profondità, ma non hanno forma. L'una e l'altra le abbiamo soltanto noi tedeschi".

"Bella frase, Deutschlin", disse Adrian. "Dovresti ripeterla domattina durante la lezione di ginnastica: il professore ne sarà contentissimo".

Deutschlin rise nervosamente. Era sempre difficile capire se Adrian parlasse sul serio o celiasse e, nel secondo caso, se avesse o meno l'intenzione di burlarsi del suo interlocutore.

Adrian proseguì: "E cosa mi diresti di un popolo allo stesso tempo caotico e superficiale? Un popolo presso cui non esistono ruoli, né regole definite e stabili. Dove il linguaggio stesso non conosce significati precisi e sempre uguali, e dove non ci si può intendere, né si può fare affidamento sulla parola di chicchessia, né è possibile l'arte, se questa presuppone un codice di comunicazione fra gli artisti e il pubblico. Dove tutto ciò che si dice, o si fa, rimane senza conseguenze. Dove si può essere indifferentemente il peggiore dei mascalzoni o la persona più santa, senza che ciò influisca affatto sulla reputazione e sulla carriera. Dove la politica non è altro che una farsa senza fine in cui il governo finge di governare, l'opposizione finge di opporsi, e ognuno si fa gli affari suoi..."

"Leverkühn!" - lo interruppi. "E' orribile! Forse ho capito a quale popolo ti riferisci. Ma sei molto ingiusto. In nessun luogo si potrebbe vivere così. Stai descrivendo l'Inferno in terra".

"Credi, Zeitblom?" rispose Adrian lentamente. "Ma questo è ciò che pare a te, da bravo studente prussiano quale tu sei. Invece, a quanto ne so, quello che ti ho appena descritto è uno dei popoli più felici. O almeno, è il popolo che sembra il meno disposto a cambiare la propria situazione. Se li vedessi, come ridono e scherzano tutto il giorno..."

"Ah, basta così" intervenne ancora Deutschlin. "Finitela con le vostre chiacchiere cupe e confuse! Io so soltanto che il secolo ventesimo, iniziato or ora, sarà un'epoca di progresso e di pace, e che noi tedeschi saremo chiamati a guidare l'Europa verso un avvenire luminoso. Gli altri popoli dovranno solo riconoscere la nostra indubbia superiorità morale, e lo faranno certamente. In un modo o nell'altro".

Adrian non lo ascoltò nemmeno. Sdraiato sulla paglia come noialtri, sembrava assorto in una sua visione, le mani dietro la nuca e lo sguardo fisso in un punto sul soffitto del fienile. "L'inferno, hai detto? Interessante..."

Mentre rientravamo verso la città, lo presi da parte e gli posi una domanda. "Dimmi, Leverkühn" gli chiesi, "ma tu cosa vorresti fare dopo il diploma?"

"Non te l'ho mai detto, Serenus?" Per la prima volta mi aveva chiamato per nome. "Farò il musicista".

Pubblicato il 3 ottobre 2011 su Evulon.

giovedì 4 agosto 2011

Pausa pranzo

Torno a casa. Metto una pentola d'acqua sul fornello e lo accendo. Poi prendo un dischetto e lo metto nel lettore.

Beethoven, Sonata op. 106 nell'orchestrazione di Felix Weingartner. Royal Philharmonic Orchestra, diretta dallo stesso Weingartner. Incisione storica, del 1930. Riversata su CD, edizione economica.

Che idea bislacca, trascrivere l'Hammerklavier per orchestra. L'opera, così, non funziona. E' incongrua, fuori posto. O forse è l'arrangiamento che non va bene: tutto in legato! Come no: siccome al piano non si può fare e con l'orchestra sì, allora mettiamo il glissando un po' dovunque...

Non importa. L'op. 106 è bellissima anche così. Beethoven è l'unico musicista che riesce a commuovere anche nelle esecuzioni più impossibili, e nelle situazioni d'ascolto più precarie.

Audiocassette in edizioni da autogrill della Quinta o della Sonata al chiaro di luna ascoltate in auto, d'estate, andando verso la spiaggia, coi finestrini aperti e quasi tutta la musica che si perde nel rumore...

C'è qualcosa di disneyano, nell'orchestrazione anni '30 di Weingartner. Quando ho visto per la prima volta Fantasia? Non ricordo, ma dovevo avere quattro o cinque anni. A Milano. I miei mi portarono al cinema, sicuramente, e qualcosa deve essersi depositato profondamente nella mia memoria. La Sesta sinfonia mi sembra di conoscerla da sempre.

Questa, però, è preistoria. La storia dei miei ascolti musicali comincia invece a metà degli anni '80. Avevo (o meglio, i miei genitori avevano) un magnetofono da tavolo a cassette, di quelli che si usavano per registrare pro-memoria e appunti vocali. Io lo usavo per sentire musica. Le cassette le avevo comprate all'uscita da scuola, prima di prendere il treno che mi avrebbe ricondotto a casa.

Il corso principale della città dove frequentavo il liceo scientifico aveva due negozi di dischi. Quello della signora Esposito era il più fornito: aveva dei meravigliosi cataloghi delle principali case discografiche. I cataloghi, però, mi mettevano in imbarazzo. Avrei voluto consultarli per ore, ma non stava bene: a un certo punto bisognava scegliere e ordinare. E poi, la cassetta arrivava dopo settimane, e a quell'epoca ero molto impaziente.

Il negozio del signor Cavo (dischi ed elettrodomestici, nomen omen) era più piccolo, ma aveva la particolarità di essere praticamente sempre aperto. Arrivavi col treno la mattina presto e trovavi già la saracinesca alzata, oppure perdevi il primo treno del ritorno, e potevi comunque rifugiarti una mezz'oretta da Cavo a contemplare lo scaffale con le cassette, senza essere disturbato (era, e per quanto ne so è ancora, un uomo di una discrezione esemplare, cosa non frequente in provincia). Potevi stare lì davanti quanto volevi prima di scegliere cosa comprare, oppure anche uscire senza aver preso niente, con un semplice grazie e arrivederci.

Ma, quando avevo diecimila lire in tasca, mi piaceva sempre entrare da Cavo per poi uscirne con una cassetta di Mozart o di Beethoven ben sistemata in mezzo ai libri - che tenevo orgogliosamente legati con una cinta elastica, per distinguermi dai miei compagni che sfoggiavano zainetti Invicta dai quali, durante l'intervallo, tiravano fuori i loro dischi di musica pop.

Intanto l'acqua bolle. Mezzo cucchiaino di sale. Apro la dispensa: pennette rigate o spaghetti? Opto per gli spaghetti: cuociono prima.

"La città dove frequentavo il liceo". Ho già scritto il nome di questa città? No. Lo scrivo adesso: Locri. Provincia di Reggio Calabria.

Da una vita, la semplice domanda "Di dove sei?" mi obbliga a fornire spiegazioni complicate e, suppongo, noiose, e anche poco convincenti. Ai tempi del liceo la risposta era semplice: di Africo. Se l'interlocutore era discreto, bastava così. Altrimenti scattava l'altra domanda: "E perché parli con l'accento milanese?" - Sai, la mia famiglia abitava a Milano, poi ci siamo trasferiti in Calabria. "Ah, allora i tuoi sono milanesi". - Niente affatto, siamo calabresi da chissà quante generazioni; ma i miei erano emigrati a Milano alla fine degli anni '60. "E come mai siete tornati qui?" - Uffa...

Da quando sto al Nord, la spiegazione è diventata ancora più involuta e implausibile. Se ci penso, mi vedo in un commissariato di polizia, seduto davanti a una lampada da tavolo puntata addosso a me, mentre l'ispettore, nascosto in una minacciosa penombra, mi inquisisce. "Ricominciamo daccapo. Di dove sei?" - Di Vigevano. "Ma non parli con l'accento di Vigevano". - No, perché sono calabrese. "Ma sul documento c'è scritto che sei nato a Milano". - Sì, perché all'epoca i miei abitavano lì. "Ah. E adesso dove abitano?" - Ad Africo. "Prima hai detto a Bianco." - Sì, anagraficamente stanno a Bianco. Sono due paesi confinanti. In realtà casa dei miei è tra Africo e Bianco, sulla statale. Ma comunque è più vicina ad Africo che a Bianco, anche se, sulla carta, è nel territorio di Bianco. Però i miei sono di Africo. "Ricominciamo daccapo..."

Intanto l'op. 106 di Beethoven, trascritta da Weingartner, è finita. Devo cambiare il CD. Ho ancora una cinquantina di minuti prima di tornare in ufficio. Cosa metto?

Scelgo velocemente, prima che la pasta scuocia: Invenzioni a due e tre voci di J. S. Bach. Glenn Gould, al pianoforte.

Butto gli spaghetti nello scolapasta. Che senso ha suonare il piano facendo finta che sia un clavicembalo? Venticinque anni che ascolto Gould e me lo chiedo.

Dicembre millenovecentoottantotto. Pomeriggio. Devo studiare per l'interrogazione di matematica. Non ne ho proprio voglia. Slego il fardello dei libri di scuola e ne estraggo il mio acquisto di oggi. Una cassetta made in U.S.A., dall'elegantissima copertina nera bordata d'oro. Bach, Inventions and Sinfonias. Glenn Gould.

Metto la cassetta nel mangianastri. Una musica astratta, trasparente, cantabile. Sembra provenire dallo spazio siderale, eppure i contorni si distinguono con precisione. Una sensazione di freddo secco, fine e pungente.

Guardai fuori. Non potevo crederci: stava nevicando. La casa dei miei è sul mare; l'Aspromonte dista solo una cinquantina di chilometri, ma qui sulla costa l'inverno è mite, la neve è un evento che capita forse una volta ogni dieci anni. Capitò quella volta. Mi alzai dalla scrivania e andai alla finestra a vedere i cristalli che scendevano lentamente.

L'inverno è mite, sulla costa ionica della Calabria. La stagione peggiore è l'autunno. A fine ottobre le piogge arrivano improvvise, massicce e violente, e possono durare per settimane. Non c'è che da chiudersi in casa e aspettare che passino.

Ho sedici anni e sto correndo attraverso la piazza principale di Locri verso la stazione. Il cielo è nero, l'aria è elettrica e tra poco scoppierà un forte temporale. Stavolta ho perso troppo tempo dalla signora Esposito, non sapevo decidermi, alla fine ho comprato la Sesta sinfonia di Beethoven e i concerti K. 488 e K. 491 nell'interpretazione di Daniel Barenboim, ma ora rischio di perdere il treno. La Sesta un po' la conosco, è quella della pubblicità. Ma il Concerto in do minore. Chissà com'è. Mozart scrive raramente in minore. Ma quando lo fa, mette i brividi. Mi precipito con il cuore in gola, mentre le bobine sbattono ritmicamente contro l'involucro di plastica nascosto fra i libri.

"Secondo le testimonianze di molta gente che ha vissuto in prima persona quei tragici giorni dell'alluvione e attraverso dei libri pubblicati da alcuni scrittori del paese, il 15 ottobre 1951 rappresenta una data indimenticabile e storica per il popolo di Africo in quanto un evento imprevisto sconvolse l’esistenza di Africo e della sua frazione, Casalnuovo. Per quattro giorni consecutivi dal 15 al 18 ottobre 1951, una bufera di vento, pioggia e nevischio si abbatté ininterrottamente sui due paesi causando frane, crolli di abitazioni e la distruzione di intere colture. La gente, spaventata, si riversò in massa in chiesa, pregando Dio e il suo Santo protettore, San Leo. La catastrofe avvenne soprattutto giorno 17 con continue frane, smottamenti di terreno, pioggia battente e violenta".

"La mattina del 18 ottobre la gente ricorda un'aria rossastra su nel cielo che metteva paura solo ad osservarla. [...] Molti furono quelli che, sorpresi dal maltempo, non fecero in tempo a mettersi in salvo, perché la piena del fiume impedì loro la via del ritorno a casa. Alla fine i due paesi contarono i danni: i morti furono sei a Casalnuovo e tre ad Africo. Gran parte del bestiame fu trascinato dal fiume, le case furono per la maggior parte distrutte e sepolte, le colture non più esistenti perché trascinate dalla pioggia."

"La lenta organizzazione della vita civile e della lotta politica fu sconvolta dall'alluvione del 1951. Una frana spazzò via il paese. I morti furono pochi, ma Africo scomparve. La storia della ricostruzione è allucinante. Per tutto un decennio gli africoti cercarono il terreno per ricomporre la loro comunità. Si iniziò una lotta tra chi voleva tornare nel vecchio territorio, dove erano restate le misere proprietà, e quelli che cercavano una sistemazione nuova. La scelta di una soluzione divise i due campi, anche la sinistra. Alla fine prevalse la tesi, sostenuta da don Stilo e dalla DC, di costruire un nuovo comune in una località distante 50 chilometri dal vecchio paese. Per lunghi anni la maggioranza degli africoti visse in un campo profughi. All'inizio del 1960 era sorta Africo Nuovo".

Un bambino di nove anni. Una bambina di due anni. Che esperienza possono aver fatto della catastrofe, e poi della loro condizione di profughi? Come l'hanno vissuta? Che tracce ha lasciato su di loro?

I miei genitori mi hanno parlato pochissimo dell'alluvione e degli eventi successivi. Hanno sempre insistito affinché studiassi, hanno incoraggiato i miei interessi per la musica, la letteratura, le scienze. Mi hanno sostenuto fino al diploma, poi fino alla laurea. Ma sugli eventi del loro paese non mi hanno mai detto molto.

Mio padre non sopporta il vento. Se è notte, e fuori c'è vento, non riesce a dormire.

"Non si è mai capito - manca una documentazione e mancano anche testimonianze orali credibili - se fu la mafia calabrese a premere per ricostruire Africo nel territorio di Bianco, senza terra, senza delimitazione territoriale e stato giuridico (com'è rimasto fino al 1980), in una località dove i contadini poveri, la grande maggioranza degli abitanti, sarebbero stati privati di quei diritti civici - il legnatico, il seminativo, il pascolo - di cui godevano nel vecchio paese. Da una montagna aspra al mare. Un caso esemplare di perdita dell'identità individuale e collettiva: gli abitanti di Africo infatti non sono più pastori né contadini, odiano il mare e non sono diventati né pescatori né marinai".

Ho diciannove anni. Preparo l'esame di maturità ascoltando la Sinfonia Italiana di Mendelssohn e la Sinfonia Incompiuta di Schubert. L'incongruità della situazione mi è divenuta insopportabile: che senso ha vivere in Calabria stando sempre chiuso in casa, parlare con un ridicolo accento settentrionale e, in generale, far finta di abitare in Mitteleuropa? A questo punto, non è meglio emigrare? Spengo il registratore e accendo la radio. Trasmettono The End dei Doors. C'è l'anniversario della morte di Jim Morrison.

Alla maturità, filosofia non è uscita. Peccato. Mi sarebbe piaciuto portare Kant. Non capisco perché tutti dicono che è un pensatore difficile: a me sembra così naturale, così ovvio. Certo: lo spazio, il tempo, sono forme della nostra mente. Ma, in sé, non esistono affatto.

Spengo lo stereo, aziono la lavastoviglie. E' ora di tornare in ufficio.

(Racconto pubblicato anche su Evulon. Nota: tutti i paragrafi tra virgolette sono tratti dal sito Internet di un mio compaesano, http://www.giuseppemorabito.it tranne l'ultimo che è tratto da Corrado Stajano, L'Italia ferita. Storie di un popolo che vorrebbe vivere secondo le regole della democrazia, Cinemazero, Pordenone 2010, pag. 96).

martedì 26 aprile 2011

Adagio in sol minore

Roma, giugno 1984.

Una folla immensa e silenziosa riempie il centro della città. Un milione di persone, venute da tutta Italia per rendere l'ultimo saluto al segretario nazionale, abbattuto da un ictus durante un comizio. Piazza San Giovanni è troppo piccola. Le bandiere rosse sventolano nel sole, ovunque. Molti piangono.

Mentre il feretro esce dalla sede del partito, un sistema di altoparlanti inizia a diffondere una musica lamentosa, straziante.

L'Adagio di Albinoni.


Venezia, febbraio 1958.

Il freddo umido entra nelle ossa. Due uomini passeggiano lungo le Fondamenta della Misericordia, in mezzo a una fitta nebbia.

"Cusa l'è 'sta spüssa?"

Quello che ha parlato si chiama Mario e viene da Milano.

L'altro è il musicologo Andrea Mocenigo. "Quest'odore - risponde pazientemente all'amico - è l'acqua bassa. Ritirandosi, lascia scoperti i detriti sul fondo del canale. Dopo un po' ci fai l'abitudine".

"Va beh, Andrea, ma che schifo. Cià, mettiamoci al chiuso, ti offro un camparino".

Entrarono in un caffé e si sedettero. "Allora, camerata" disse Mario. "Parlami un po' delle tue ricerche".

Andrea lanciò una rapida occhiata intorno, per accertarsi che nessuno avesse sentito l'appellativo rivoltogli da Mario. Poi rispose: "Se vuoi parlare di politica, andiamo in un altro posto. Qui non è zona nostra". Gli sembrava che, da dietro il bancone, il barista li stesse già guardando male.

"Tranquillo. Niente politica. Sono venuto a Venezia solo per affari. E per rivedere qualche vecchio... amico. Lavoro per casa Ricordi, come sai. Nel tuo caso, unisco l'utile al dilettevole. Saremmo contenti di riaverti come collaboratore. Qualcuno ancora ha presente quel tuo strepitoso articolo del '40, come s'intitolava? L'arte di Verdi nell'era fascista. Poter pubblicare ancora delle robe così..."

"Altri tempi", disse Andrea.

"Altri tempi, già" concordò Mario. "Ma torneranno, torneranno, te l'assicuro... Veniamo a noi. Mi hai scritto di avere delle novità clamorose, no? E alura, tira fuori il rospo".

"No, no", Mocenigo mise le mani avanti. "Andiamoci piano. Novità grosse ancora non ne ho. Continuo a lavorare alla monografia su Vivaldi. Sarà pronta fra un anno o due. E poi c'è l'edizione delle opere di Albinoni, di cui ti ho scritto..."

"Ah, che meraviglia!" lo interruppe Mario. "Come t'invidio! Il barocco... Immergersi in quell'epoca dorata. Allora sì che regnava l'ordine: i re erano re, i nobili erano nobili, e la plebe era plebe! Ognuno al suo posto. Onore, fedeltà e disciplina! Non questa cosiddetta repubblica che c'è oggi, dove anche i figli degli operai vogliono diventare dottori. Per me un Campari e soda, tu cosa prendi?"

Era arrivata la cameriera a raccogliere le ordinazioni. Tornò poco dopo con le bevande. Mario le si rivolse ora con fare mellifluo. "Ma dica, signorina, cosa fa, lei, dopo il lavoro? Se vuole, passo a prenderla. Io sto all'Hotel Silva, ha presente? Vicino piazza San Marco. Un posto di gran lusso, sa? C'è una bellissima buvette, e si potrebbe bere insieme una flûte di champagne d'annata..."

La ragazza non rispose. Lasciò i due aperitivi sul tavolino, e si allontanò mormorando "Ma va' in mona".

"Bella gnocca, eh?" ammiccò Mario al suo amico. "Cos'è che ha detto?"

Andrea ridacchiò. "A una fanciulla / un vecchio come lei non può far nulla. Ecco cosa ti ha detto", rispose.

Mario si rabbuiò. "Lascia perdere il Mozart, quel pirlotto. Solo lui poteva farsi infinocchiare da un depravato ebreo come Da Ponte, al punto da mettere in musica versi così immorali. Se oggi non c'è più religione, è anche per colpa di gente come loro. Ma mi stavi dicendo di Albinoni. Continua".

"Ecco, mi sono immerso nella materia, come dici tu. E sai com'è, mi sono talmente immedesimato... che ho composto un pezzo. Un omaggio, un tributo, chiamalo come vuoi. Un breve adagio, per archi e organo, nello stile di Albinoni. Volevo fartelo leggere. Ecco, ce l'ho qui con me". Mocenigo si chinò, estrasse una partitura manoscritta dalla ventiquattrore e la porse a Mario.

Mario lesse con attenzione. Poi restituì la partitura ad Andrea.

"Allora?" chiese Andrea.

"Allora niente", rispose Mario. "E' bellissimo. E' un capolavoro. Lo pubblichiamo senz'altro. Però, guarda che ti sbagli. Non l'hai scritto tu, questo Adagio".

"No?" disse Andrea, stupito.

"No. Questo è un adagio inedito di Tomaso Albinoni, che faceva parte dei manoscritti del compositore, già conservati alla biblioteca di Dresda, e che tu hai fortunosamente scoperto. Come sappiamo, la biblioteca fu distrutta tredici anni fa, da un criminale bombardamento aereo angloamericano. Pochi, miseri frammenti sono scampati allo scempio, ritrovati fra le macerie. Da essi, tu hai sapientemente ricostruito questo Adagio, che ora sarà restituito alla riverente e commossa ammirazione del pubblico, quale ultima testimonianza di un'epoca di splendore ingiustamente tramontata. Spiegherai tutto nella prefazione alla partitura. Ah, tra parentesi: non preoccuparti per i diritti di copyright. Spetteranno a te, in qualità di arrangiatore. Prevedo che te ne verranno un bel po' di dané".

Andrea Mocenigo rimase senza parole. Poi balbettò: "Ma... ma sarebbe un falso bello e buono! Scusa, chi vuoi che ci creda? E quella roba, che secondo te dovrei scrivere: il 'criminale bombardamento alleato' e via dicendo! Come se la Luftwaffe, invece, sganciasse mazzi di fiori. No, mi rideranno in faccia. Non si può fare, mi spiace".

"Da che parte stai?", chiese Mario, gelido.

"Dalla tua! Ma scusami ancora, Mario. Non ti posso seguire in quello che mi proponi. Non siamo più nel 1940. C'è stata la guerra. L'occupazione tedesca, la gente se la ricorda bene, e oggi come oggi non gli puoi raccontare una storia in cui noi camerati figuriamo come le povere vittime. Senza contare che sarebbe una storia falsa, e prima o poi si verrà a sapere, e allora che figura ci faccio?"

Mario sospirò. Bevve un sorso del suo aperitivo, poi si appoggiò allo schienale. "Senti, Andrea" disse. "La nostra battaglia non comincia e non finisce oggi. Devi capire che noi lavoriamo per il lontano futuro. Hai detto bene: oggi, la gente non è bendisposta verso di noi. Per creare il Nuovo Ordine, il Reich Millenario, abbiamo dovuto procedere con estrema durezza. E, per ora, siamo stati sconfitti. Ma fra venti, trenta o quarant'anni, quando saranno scomparsi coloro che oggi ricordano certi... spiacevoli inconvenienti, allora la nostra Idea tornerà ad affascinare i popoli. Fino ad allora, si tratta di guadagnare terreno, a poco a poco, tenacemente. Partendo anche dai dettagli. E poi, il bombardamento di Dresda c'è stato per davvero, no? Cominciamo col dirlo".

"Sì, ma la storia dell'Adagio trovato fra le macerie è una balla", rispose Andrea.

Mario si spazientì. "Balla, non balla! Chi se ne frega! La verità è ciò che riesci a far passare per tale. Tu offri al pubblico una musica seducente e ben scritta, condita da una storia romantica. Vedrai che ti crederanno. Populus vult decipi, caro mio. Et decipiatur! Il popolo vuole essere ingannato. E allora, lo si inganni! E comunque" continuò Mario "se vuoi pubblicare con noi, queste sono le condizioni. E adesso usciamo, ché mi son rotto gli zebedei a stare qui".

All'uscita del locale, Mario e Andrea furono circondati da una torma di ragazzini in maschera, che improvvisarono un girotondo, e che se ne andarono solo quando Andrea, ridendo, ebbe dato loro qualche monetina. Mario, intanto, ostentava la più completa indifferenza.

"Ma tu dici che l'Adagio piacerà? Non somiglia troppo a Mascagni?", chiese Andrea.

"Ma va là! Il tuo è barocco purissimo, te lo dico io. Farà furore. Suonerà come le campane a morto, contro la robaccia negroide-bolscevica che va di moda oggi. E comunque, Mascagni era dei nostri anca lü".

Si allontanarono nella nebbia, mentre il puzzo di fogna si faceva sempre più forte.

(Pubblicato su Evulon il 21 aprile 2011. Nell'immagine: il bombardamento di Guernica del 26 aprile 1937. Fotografia tratta dalla pagina che ho linkato sopra).

venerdì 25 febbraio 2011

Stella rossa sull'Europa

"Buongiorno, Anne. Buon anno".
"Buongiorno, Valentin. Buon anno anche a te. Novità?"
"Sì. Un nuovo arrivo. Sabato notte. Hai il colloquio già fissato per le undici. Trovi tutti i dettagli in agenda".
Anne Dupont, psicologa del Centro di Prima Accoglienza di Calais, entrò nel suo ufficio, accese il terminale e consultò la sua agenda elettronica.

Lunedì 5 gennaio 2011, ore 11,00. Colloquio con Monsieur Philip Brasser. Cittadino britannico. Età 38. Celibe. Operazione di salvataggio in mare, Canale della Manica, acque internazionali, 3 gennaio u.s. Condizioni fisiche buone. Non parla francese. Attribuzione provvisoria: codice blu.

Bene, pensò Anne. Un rifugiato politico. Iniziare l'anno nuovo con un codice blu era di buon auspicio. Il colloquio era di lì a due ore. Non c'erano altri impegni per la giornata. Completò con calma alcuni referti clinici iniziati la settimana precedente, fece una partita a Tetris, chattò con alcuni amici in Internet. Quando fu il momento, si aggiustò il make-up e si recò in sala colloqui.

Era una stanza non troppo ampia, arredata come un normale studio specialistico ma con qualche accorgimento per mettere gli ospiti a proprio agio: colori pastello, luci soffuse, lettino basso, comoda poltrona. Su quest'ultima, di fronte alla scrivania della dottoressa, era già seduto il signor Brasser.

"Good morning, Mr. Brasser. Prima di tutto, come sta?"
La domanda non era solo formale. L'uomo appariva molto provato. I tanti capelli bianchi, la pelle del viso magro solcata da numerose rughe, le profonde occhiaie dietro le lenti spesse, lo facevano sembrare più vecchio di dieci anni rispetto alla sua età anagrafica. Al posto degli abiti che indossava al momento del suo salvataggio, fradici e inservibili, gli avevano fornito un nuovo completo, che era tuttavia di due numeri più largo e accentuava la gracilità del suo fisico. Gli tremavano le mani.
Quegli scafisti maledetti, pensò Anne.
"Adesso sto meglio, grazie. Certo, suppongo che la notte passata all'addiaccio su quel canotto non abbia migliorato granché la mia cera. Ma ho fatto una buona dormita, qui da voi, e la vostra cucina è ottima". La sua voce era ferma, con una sfumatura d'ironia. "Solamente, non sono riuscito a procurarmi neppure una sigaretta, dottoressa..."
"Dupont. Ma può chiamarmi Anne. Temo che non ne troverà neppure in futuro. Nell'Unione non se ne producono più. Fino a qualche tempo fa, le importavamo dal suo paese".
"Oh, già, ora ricordo. Le esportazioni cessarono sei anni fa. Troppo pochi fumatori, qui da voi. Non c'era abbastanza profitto. Lo so perché all'epoca lavoravo in un'agenzia di rating".
"Lei è analista finanziario?"
Il signor Brasser rise. "No. Laureato in agraria. Da Troody's ero operatore al call center. Ogni grande compagnia ha il suo. E' la mansione che ho sempre svolto, durante tutta la mia carriera. Ho lavorato per almeno trenta società diverse, ogni volta per non più di sei mesi. Si imparano tante cose, sa?"
"Non ho dubbi. Ma veniamo al punto. Lei ha chiesto lo status di rifugiato politico. Data la sua provenienza, certamente la sua richiesta sarà accettata. Lei diventerà fra breve, a tutti gli effetti, cittadino dell'Unione delle Repubbliche Socialiste d'Europa. Già adesso, comunque, lei è libero di circolare in tutto il territorio dell'Unione, ed eventualmente anche di tornare da dove è venuto..."
"No grazie! Non ci tengo affatto".
"Dicevo per dire. In genere, qui da noi i rifugiati si integrano abbastanza in fretta. Tuttavia, non si può escludere che, all'inizio, lei si trovi un po' spaesato. Il nostro sistema sociale è molto diverso da quello da cui lei proviene. A sua richiesta, lei può fruire di adeguata assistenza psicologica e culturale, per superare eventuali difficoltà di adattamento. In questa fase iniziale, se vuole, mi consideri pure come suo referente".
"Oh. E quanto dura questa... fase iniziale?"
"Può finire anche subito, se crede. L'unico suo obbligo, se intende rimanere nell'Unione, è di iscriversi nelle liste di collocamento e nelle graduatorie per gli alloggi. Non credo che le sarà difficile trovare un lavoro e una casa. Se lei non ha esigenze particolari, penso che troverà una sistemazione accettabile nel giro di un paio di settimane. Fino ad allora, comunque, può rimanere qui, o spostarsi in una delle altre strutture di prima accoglienza nel territorio dell'Unione".
"Sembra magnifico. Dov'è la fregatura?"
"Ecco. Era proprio ciò che intendevo. Non c'è nessuna fregatura, per quanto lei sia abituato a pensare che debba per forza esserci. Non pretendo che lei mi creda. Presto se ne accorgerà da sé".

Non c'erano straordinari da fare, quel giorno. Alle tredici, Anne spense il computer, salutò i colleghi che arrivavano per il turno pomeridiano e, senza passare dalla mensa, prese l'elio-tram che, serpeggiando silenziosamente lungo la costa, la portò a casa sua in dieci minuti. Era una magnifica giornata di sole. Il mare era inusualmente calmo, in quei giorni. Una fortuna, per Brasser. Aveva evitato il triste destino di tanti boat-people che partivano clandestinamente dalla riva inglese ma non riuscivano a raggiungere i nostri mezzi di soccorso nelle acque internazionali.

Anne abitava da sola. Si preparò un leggero pranzo macrobiotico, poi un caffé d'orzo. Accese la radio; la spense. Si guardò nello specchio del soggiorno. Sorrise. Tutto sommato, si piaceva. Si chiese come sarebbe stato il suo sembiante, alla sua età, se anziché in Europa continentale fosse vissuta in quell'inferno che doveva essere Londra. I profughi le avevano raccontato storie orribili. Inquinamento, degrado. Se andava bene, orari lavorativi di dieci o dodici ore. Altrimenti, la disoccupazione, l'emarginazione e la pazzia. Oppure, per una ristretta minoranza, la ricchezza e il potere, ma a costo di rinunciare a qualsiasi barlume d'umanità. Un'altra forma di follia, in fondo.

Mercoledì 7 gennaio, ore 10,00. Secondo colloquio con Monsieur Brasser.

Quella mattina l'aspetto di Mr. Brasser era molto migliorato. Anne glielo disse.
"Grazie, Dottoressa. Lei è gentile quanto bella".
Anne Dupont ignorò il complimento.
"Se ho chiesto un nuovo colloquio" continuò Brasser, "non è per ottenere assistenza psicologica".
"Davvero? E perché, allora?"
"Ho due domande da porle".
"Le risponderò, se posso. Ma prima, permetta che le faccia io una domanda. Cosa sa, lei, dell'Unione?"
"Poco, in realtà. So che dapprima ci fu la Rivoluzione d'Ottobre, in Russia, nel 1917. Poi, tra il '18 e il '20, il capitalismo fu abbattuto in Germania, in Ungheria e in Italia. In rapida successione, tutte le colonie europee in Asia e in Africa conquistarono l'indipendenza. L'India nel 1925, la Cina nel '27, e così via. Poco dopo fu la volta dell'Algeria e del Marocco, e a quel punto la rivoluzione scoppiò anche in Francia e in Spagna. Alla fine degli anni '30, tutta l'Europa continentale era socialista.
Frattanto, il crollo di Wall Street nel 1929 aveva gettato l'America nella crisi più nera. Le elezioni presidenziali del 1940 furono vinte da Charles Lindbergh, un fanatico antisemita che instaurò negli U.S.A. una dittatura razzista, appoggiata dal grande capitale. Presto quel regime si circondò di una serie di stati-satellite che coprivano tutta l'America del Sud e del Nord.
Negli anni '80, quelle dittature iniziarono ad implodere, dapprima in America Latina e poi in Canada. Quando nel 1989 cadde il Muro di Tijuana, finalmente il capitalismo crollò negli stessi Stati Uniti. Da allora, secondo la nostra propaganda, il Regno Unito di Gran Bretagna è rimasto l'ultimo baluardo del libero mercato e della civiltà, contro la barbarie socialista che ha travolto tutto il resto del globo. Questo è quanto".
"Bene - disse la dottoressa - a parte la faccenda del baluardo, il quadro storico è corretto. Non le sarà stato facile ricostruirlo..."
"No, infatti. Da noi, formalmente, la cultura è libera, e ognuno può leggere ciò che vuole. Si possono prendere in prestito, nelle poche biblioteche rimaste, anche testi di Marx o di Lenin, e persino di Fabio Volo. Non è vietato. Di fatto, però, ci sono materie che non conviene approfondire troppo. Se si viene a sapere che lei fa certe letture e che ha determinate idee (e si viene a sapere sempre), non speri di trovare lavoro tanto facilmente. Io me la sono cavata con i call center, solo perché le mie origini non sono troppo umili. Quando avevo vent'anni, i miei riuscirono persino a mandarmi all'università. Certo, oggi non potrei più frequentarla. Da allora le rette sono decuplicate."
"Ah, lei ha letto Fabio Volo? Complimenti. Da noi, molti lo considerano un autore troppo difficile".
"Sì, è molto rigoroso e denso, ma se si ha tempo da dedicargli, è un pensatore affascinante. Le consiglio la Critica del tempo unidimensionale, se non l'ha ancora letta. A me ha aperto la mente. In realtà, uno dei motivi per cui mi sono deciso ad espatriare è che anche studiare per conto proprio da noi è diventato impossibile. Troppo costoso, da quando il dizionario è stato privatizzato".
"Il dizionario?"
"Sì. Tutti i sostantivi che iniziano per vocale appartengono alla Mircosoft. Quelli che iniziano per consonante sono del gruppo Murdogh. Gli avverbi sono di Merdaset, e così via. Per leggere o per usare comunque le parole bisogna pagare il noleggio ai legittimi proprietari. Quando lei scrive una e-mail, oppure quando chatta o quando telefona, un sistema di contatori automatici calcola la cifra e l'addebita sul suo conto. Ottimo sistema, fra l'altro, per controllare i contenuti della comunicazione. Io, per esempio, ho fatto quindici giorni di carcere per uso illecito di marchio registrato, la volta che in una mia mail ho scritto che la Cocca Colla mi faceva schifo".
"Senta, Mr. Brasser. Quali sono i suoi progetti? Cosa intende fare, ora che è venuto qui da noi?"
"Primo, togliermi una curiosità che mi ha tormentato a lungo. Ed è la prima delle due domande che volevo farle, si ricorda?"
La dottoressa Dupont sbuffò. "Va bene. Spari".
"La domanda è: perché non ci avete invaso? Come avete potuto lasciarci a mollo in quella fogna?"
Anne si appoggiò sullo schienale della sedia. "Beh, alcuni partiti in seno all'Internazionale erano per dichiarare guerra. Ma infine prevalse l'idea che il socialismo non può essere imposto con i carri armati. Se ci avessero attaccato, ci saremmo difesi. Per fortuna non accadde. Oggi, poi, molti sostengono che una pluralità di sistemi sociali diversi non è necessariamente un male. In India, in Giappone e in Sud America, dove la transizione al comunismo è molto avanzata, stanno già smantellando le strutture dello Stato, per sostituirle con vari tipi di organizzazione non statuale. In Europa e in Africa ci troviamo ancora nella fase socialista, in vari stadi di sviluppo a seconda dei territori. Forse è bene che ci siano delle zone dove ancora vige il capitalismo."
"Sarà un bene per voi, che ci osservate dall'esterno come se fossimo allo zoo! Ma per noi che siamo in gabbia è un altro discorso".
"Lei ora non è più in gabbia. Comunque, mi sembra che il suo atteggiamento nei confronti del suo paese d'origine sia un po' troppo negativo, non crede?"
"Mi dica lei cosa ci vede di bello, in quel letamaio", ribatté Brasser.
"Beh, che so... Avete una scena musicale molto vivace. Un sacco di gruppi pop, rock, punk, post-punk... Wim Wenders ci ha fatto anche un film. Poi, comunque, il vostro sistema ha ancora una base di consenso popolare".
"Si riferisce a West End London Social Club, vero? Quel film mi dà la nausea! Le televisioni del regime lo replicano senza tregua. L'unico film d'autore trasmesso in prima serata, e senza interruzioni pubblicitarie."
"Ecco, ad esempio - lo interruppe la dottoressa - Perché lei parla di televisioni di regime? Da voi ci sono sei o sette canali, se non sbaglio, tutti privati e in concorrenza fra loro..."
"... e trasmettono tutti le stesse schifezze. Non si distinguono l'uno dall'altro. Anne, lei non ha capito: da noi l'economia è allo sfascio, la società è in piena decadenza, la cultura è morta e sepolta. L'unica attività che va a gonfie vele è la manipolazione del consenso per mezzo dei mass-media. Quella è l'unica industria che non conosce crisi!"
"Non volevo farla arrabbiare. Si calmi. Lei ora è al sicuro. Andrà tutto bene. Respiri profondamente, e mi faccia la seconda domanda che voleva pormi".
"Mi scusi. La domanda è questa. Lei è libera stasera? Ho letto sul giornale che in un cinema d'essai a Dunkerque proiettano L'Atalante di Jean Vigo. E' una vita che desidero vedere quel film, e mi chiedevo se... lei volesse venire con me a vederlo, ecco."


Pubblicato su Evulon in due puntate: la prima il 7 gennaio 2011 qui, e la seconda il 12 gennaio 2011, qui.