Visualizzazione post con etichetta Mozart. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mozart. Mostra tutti i post

venerdì 26 giugno 2015

Tifiamo Scaramouche!

Tifiamo Scaramouche è una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF dal sito dei Wu Ming. Si tratta di una fan fiction derivante da L'armata dei sonnambuli, l'ultimo romanzo storico del collettivo uscito nel 2014.

A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L. Da un'idea di: Pietro Pace, Mauro Vanetti e Alessandro Villari (Avvocato Laser). Il progetto grafico e l'impaginazione si devono a Franco Berteni (Mr Mill) e Simone Scaffidi L. La copertina e le illustrazioni sono di Alessandro Caligaris e Francesca Sibona.

Qui di seguito, ecco il mio contributo, pubblicato nel terzo volume della raccolta. Buona lettura.


Il flauto tradito
Parigi, 1801

1.

A suo modo, Ludwig Wenzel Lachnith era un uomo generoso. La sera del 20 agosto 1801, dopo la trionfale prima della sua opera I misteri d'Iside al Teatro della Repubblica, il compositore offrì la cena all'intera troupe, comparse e suggeritore compresi.
Benché relegate al tavolo meno prestigioso dell'ampia sala del ristorante, le due comparse Léo Modonnet e Emanuele Gizzio potevano udire facilmente i discorsi del tavolo principale, quello dove sedeva Lachnith assieme al manager del teatro, al librettista Étienne Morel de Chédeville e ai cantanti protagonisti. Per meglio dire, potevano udire il monologo del torrenziale musicista boemo, la cui voce sopravanzava quelle di tutti gli altri.
«Eh sì, caro Chédeville! Il buon Mozart aveva del talento, questo nessuno lo vorrà negare; ma aveva anche un'esecrabile tendenza al lambiccato, all'insolito... In una parola: troppa complicazione! Oggigiorno il pubblico non ne vuole sapere di una musica che sia troppo difficile. La gente vuole ariette semplici, presentate con garbo, che tocchino il cuore senza affaticare il cervello. Prendete il Don Giovanni: quante graziose melodie! Parola mia, credo che abbiamo fatto bene a prenderne una in prestito, per il nostro terzetto. Tuttavia, andiamo... La scena con la statua nel finale secondo... Chi può sopportare una tale rombante cacofonia? Pensate solo questo: in quattro battute, quel povero basso deve cantare tutte e dodici le note della scala cromatica. Sapete? Un mio amico italiano, galantuomo e compositore eminente, mi parlava tempo fa con orrore di un certo quartetto per archi, dove Mozart ha accumulato tante di quelle dissonanze da creare un ripugnante caos, direi quasi un giacobinismo sonoro, dove va completamente perso ogni giusto criterio di gerarchia tra le sette note... Di proposito dico sette, non dodici; giacché nessuno, a meno che il suo orecchio non sia guastato dalla musica per tastiera, crederà mai che un re diesis possa essere uguale a un mi bemolle... Anzi: un re è sempre un re, come dicono in Italia, non è vero?».
«Ma va' curcati, buffuni!» commentò Gizzio a mezza voce.
«Perciò, quando mi fu proposto di allestire per le nostre scene Il Flauto magico, la prima cosa che pensai fu: sta bene; ma, per carità, sfrondiamo! Semplifichiamo!
Smussiamo le asperità del testo! Rendiamo il tutto più comprensibile, più adatto alle orecchie del nostro pubblico. Più elegante, anche. E l'esito così radioso di questa serata ha dimostrato che avevamo avuto pienamente ragione. Prima di tutto: i nomi. Tutti quei Tamino, Papageno e Papagena del testo originale, così goffi e plebei, noi li abbiamo cambiati nei molto più raffinati Isménor, Bochoris e Mona...».
Modonnet rise.
«Non voglio parlare della parte musicale. Ho dovuto lavorare parecchio di forbici e d'ingegno per dare una veste accettabile alla barbarica partitura. Ma, per quanto riguarda il vostro lavoro, Chédeville, potete andare orgoglioso di avere addolcito il carattere di quella terribile regina della notte. Certo, l'aria del secondo atto l'abbiamo dovuta proprio espungere: a parte che è impossibile da cantare, ma quel testo “der hölle Rache kocht in meinem Herzen...”, “vendetta infernale sento nel mio petto”... Ahimè! Una gentile e amabile donzella come voi, signorina Maillard, avrebbe dovuto intonare tali parole? Per carità! Abbiamo già sofferto abbastanza, qualche anno fa, con quella spaventosa Medea di Cherubini. Basta, basta! I personaggi femminili, a teatro, devono rassicurare, non inquietare! Belle fanciulle, mogli e madri esemplari: questo vuole il nostro distinto pubblico. Perché la gente, la sera, vuole distrarsi dai traffici quotidiani del commercio e della Borsa, e trovare sollievo dalle cure dello Stato. Dirò di più: nell'epoca moderna la gente vuole vivere il proprio tempo come un affascinante, mutevole, infinito spettacolo. In una parola, vuole divertirsi. Il nostro compito è di farli divertire. E questa sera ci siamo riusciti; possiamo affermarlo con fierezza. Brindiamo!».

2.

Erano passate le quattro del mattino quando Modonnet e Gizzio ritornavano al foborgo Sant'Antonio. Davanti alle botteghe dei fornai c'erano già le prime code. I volti e i discorsi delle persone in fila per il pane manifestavano stanchezza, frustrazione, rabbia.
«Quattordici soldi per quattro libbre di pane! Così non si può andare avanti».
«Uno schifo, altro che!».
«Bonaparte non sta facendo un cazzo».
«Sbagli, cittadina. Bonaparte sta facendo parecchio. Solo, non per noialtri».
«Per i grandi proprietari. Per i nobili, gli speculatori, i fornitori dell'esercito e i finanzieri. Per quei merdosi, ecco per chi sta lavorando il Primo console...».
Gizzio sembrava ancora più taciturno del solito. Per tutto il cammino dal centro al foborgo, dove lui e Modonnet abitavano, disse a malapena due parole, eccettuate le strane bestemmie che ogni tanto sputava tra i denti.
«Toglimi una curiosità» gli chiese alla fine Modonnet mentre stavano per arrivare a casa. «Al tuo paese è normale invocare con tanta frequenza la ghigliottina su Gesù Cristo, sulla Madonna e su tutti i santi, come fai tu?».
Gizzio rise amaramente: «Lo facciamo di continuo. Tutti, anche i bambini e i preti. Vieni a vivere un mese dalle mie parti, e capirai».
«Non mi ricordo mai come si chiama la tua città».
«Io stesso vorrei non ricordarmene. Comunque, non è una città: è un villaggio di poche anime sperduto nell'Aspromonte. Ammesso che esista ancora. Non ho sue notizie da due anni, cioè da quando sono venuto qui a Parigi».
Era il discorso più lungo che Modonnet gli avesse mai udito fare.
«Ma no» proseguì Gizzio, come parlando fra sé. «Giudico troppo severamente i miei compaesani. In fondo, nessuno di loro si è arruolato nell'Armata cristiana e reale». Gizzio pronunciò queste ultime parole con una smorfia di disgusto.
«Ne ho sentito parlare» commentò Modonnet. «Le bande del cardinale Ruffo, non è vero? Una specie di Vandea...».
«Molto peggio. I vandeani, almeno, sapevano per cosa combattevano; i sanfedisti invece si sono solo fatti affascinare dai feudatari e dai preti. Hanno avuto quello che si meritavano. Li aspettano altri due o tre secoli di dispotismo e di miseria. E ti dico la verità: penso che anche qui, in Francia, andrà a finire allo stesso modo. Te lo concedo: finora il popolo di Parigi si è comportato bene, specialmente i tuoi compagni del foborgo Sant'Antonio. Ma quanto ancora potranno resistere? I contadini francesi non sono affatto
più intelligenti di quelli del Regno di Napoli; nelle campagne già da tempo monta la reazione. Gente che cerca solo un padrone cui obbedire; e in buona parte l'ha già trovato. E allora non chiedermi perché bestemmio, Léo: mi è rimasto solo questo, mannaia lu signuri!».
«Ho sempre apprezzato il tuo ottimismo, cittadino Gizzio!» concluse Modonnet.

3.

Uno dei vantaggi del mestiere teatrale è che permette di dormire sino a tardi; quando si ha un tetto sotto cui ripararsi, naturalmente. Léo Modonnet, per ora, l'aveva; ma quella mattina dormì lo stesso un sonno assai inquieto. Verso mezzogiorno, poco prima di svegliarsi, fece uno dei sogni più enigmatici della sua vita.
Era un sogno musicale. Modonnet udiva con una chiarezza allucinatoria una breve melodia, gentile e saltellante, in uno stile antiquato, suonata da una piccola orchestra. Poi, lo stesso tema, ma eseguito da un'orchestra molto più grande, con accenti molto più imperiosi e con una chiusa cromatica vagamente minacciosa. A questo punto appariva uno strano ometto, che si esprimeva con un forte accento tedesco. «Ogni vero artista, mein Freund, è anche uno Zauberer – un mago –, sì. Può capitargli di prevedere un futuro imprevedibile. Cosa, o chi, aveva in mente Rousseau quando, riferendosi alla Corsica, scriveva: “ho il vago presentimento che un giorno questa piccola isola stupirà l'Europa”? E quel ragazzino di dodici anni, che un giorno nel mio giardino mise in scena il suo Bastien und Bastienne – come poté presentire che un giorno la volontà generale sarebbe stata manipolata e circuita da un tiranno? Eppure, mein Freund, la storia non è mai un copione già scritto, così come una partitura non è mai immodificabile. E quando ci si accorge che la pagina è guasta, rimane sempre una soluzione: strapparla».
Modonnet si svegliò frastornato e con un forte mal di testa. Senza sapere bene perché, la prima cosa che fece fu aprire il suo baule per cercarvi un involto. Dentro c'erano una maschera nera, un mantello e un bastone dal manico lucente.
Quella notte, Ludwig Wenzel Lachnith, davanti al portone di casa sua, mentre frugava un po' alticcio nelle tasche del suo soprabito per cercare la chiave, notò una scritta di colore rosso fosforescente sul muro proprio accanto alla porta:

RACHE

Prima che avesse il tempo di chiedersi cosa stava succedendo, avvertì il brivido freddo di una lama proprio sotto il mento, e udì alle sue spalle una voce altrettanto metallica e tagliente: «Cittadino musicista, vogliate cortesemente condurmi nel vostro studio».
«Come volete, amico mio» diceva Lachnith mentre saliva le scale, tallonato da Scaramouche. «Non c'è bisogno di tutta questa commedia... vi ho riconosciuto, sapete?».
«Merda» pensò Modonnet.
«Eravate con me a cena ieri sera. Ammetto che il ruolo che vi è stato assegnato nell'ultima produzione è al di sotto delle vostre capacità attoriali; ma tenete conto che si tratta di un'opera, e che Voi non sapete cantare. Ho delle conoscenze, e posso farvi ottenere una buona scrittura per la prossima stagione di prosa... però, immagino che vogliate un risarcimento più immediato, e in contanti».
Erano intanto entrati nello studio del compositore.
«Immaginate male» disse Scaramouche. «Voglio solo porre rimedio a uno dei più insensati e odiosi crimini contro il buon gusto e il buon senso che si possano citare nella storia dell'arte musicale. Voglio cancellare la macchia con cui voi avete insudiciato la memoria di un grande musicista. Voglio che mi diate la partitura originale di quello scempio chiamato I misteri d'Iside».
«Eccola». Lachnith sollevò un manoscritto dal ripiano della sua scrivania e lo consegnò a Scaramouche: «Cosa ve ne farete, adesso?».
«Non lo so ancora. La strapperò in mille pezzi e la getterò nella Senna. Oppure ne attaccherò i fogli ai muri di Parigi per denunciare la vostra cialtroneria».
Lachnith rise: «Vedo che siete un idealista. Forse non vi siete accorto che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione è finita. Permettetemi di darvi un consiglio: perché non ve ne tornate in Italia? Laggiù c'è ancora da fare per le teste calde come voi. Già che ci siete, portate con voi quel musone del vostro amico, e ditegli che non è colpa nostra se i giacobini napoletani erano degli imbecilli... se avessero dato subito la terra ai contadini, anziché perdere tempo in chiacchiere, le cose sarebbero andate molto diversamente».
«Ce ne ricorderemo per la prossima rivoluzione» disse Scaramouche.

Nota bibliografica

Questo racconto deve molto al primo capitolo del libro di Augusto Illuminati Gli inganni di Sarastro, Einaudi, Torino 1980, che indaga – sia pure con qualche eccessivo schematismo – le relazioni fra la teoria politica di Rousseau, le scoperte di Franz Anton Mesmer, il Bastien und Bastienne – la cui prima rappresentazione si dice abbia avuto luogo nel giardino della casa di Mesmer a Vienna – e Il flauto magico di Mozart.
Hector Berlioz nelle sue Memorie critica con estrema durezza l'adattamento molto libero de Il Flauto Magico realizzato da Lachnith sotto il titolo de Les mystères d'Isis. Il testo originale delle Mémoires di Berlioz (Parigi 1865) è facilmente reperibile in Internet.
Sulle critiche rivolte a Mozart dal musicista suo contemporaneo Giuseppe Sarti si veda il saggio Sarti contro Mozart di Massimo Mila, ora in M. Mila, Mozart. Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino 2006, pp. 332-58.
La sorprendente identità fra il tema iniziale dell'ouverture del Bastien und Bastienne e l'inizio della Terza Sinfonia di Beethoven è, secondo Hermann Abert – citato da Wolfgang Hildesheimer nella sua nota biografia mozartiana –, una pura coincidenza. Com'è noto, Beethoven intendeva intitolare la sinfonia a Napoleone Bonaparte; secondo la tradizione, il musicista strappò la dedica quando seppe che Napoleone si era fatto incoronare imperatore.
Il parallelo fra Napoleone Bonaparte e il Sarastro di Mozart/Lachnith si trova in Jean Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, Milano 1980, p. 9. Alle pp. 183-85 dello stesso libro si parla della crisi alimentare in Francia fra la primavera del 1801 e il 1802.
Le idee esposte qui da Lachnith sulla modernità come spettacolo e sulla “gente” che si vuole divertire derivano in realtà dal libro di Alessandro Baricco L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Feltrinelli, Milano 2009.

domenica 30 giugno 2013

Un disco





Allegato al fascicolo n. 27 di "Concerto", Armando Curcio Editore, CD CON-27, 1990. Era una collana periodica che usciva in edicola fra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90.

Il compact disc comprende le seguenti incisioni:

- W. A. Mozart, Concerto in re maggiore per flauto e orchestra K. 314, flautista Severino Gazzelloni, Orchestra Sinfonica di Torino della RAI diretta da Sergiu Celibidache, incisione live, Torino 21 marzo 1958;

- W. A. Mozart [attrib.], Concerto in re maggiore per violino e orchestra K. 271a, violinista Salvatore Accardo, Orchestra da Camera "Alessandro Scarlatti" di Napoli della RAI diretta da Ettore Gracis, incisione live, Napoli 6 marzo 1962;

- W. A. Mozart, Concerto in do maggiore per pianoforte e orchestra K. 415, pianista Arturo Benedetti Michelangeli, Orchestra da Camera "Alessandro Scarlatti" di Napoli della RAI diretta da Franco Caracciolo, incisione live, Napoli 23 luglio 1958.

Le registrazioni del concerto per flauto e di quello per pianoforte si possono scaricare gratuitamente da questa pagina.

giovedì 4 agosto 2011

Pausa pranzo

Torno a casa. Metto una pentola d'acqua sul fornello e lo accendo. Poi prendo un dischetto e lo metto nel lettore.

Beethoven, Sonata op. 106 nell'orchestrazione di Felix Weingartner. Royal Philharmonic Orchestra, diretta dallo stesso Weingartner. Incisione storica, del 1930. Riversata su CD, edizione economica.

Che idea bislacca, trascrivere l'Hammerklavier per orchestra. L'opera, così, non funziona. E' incongrua, fuori posto. O forse è l'arrangiamento che non va bene: tutto in legato! Come no: siccome al piano non si può fare e con l'orchestra sì, allora mettiamo il glissando un po' dovunque...

Non importa. L'op. 106 è bellissima anche così. Beethoven è l'unico musicista che riesce a commuovere anche nelle esecuzioni più impossibili, e nelle situazioni d'ascolto più precarie.

Audiocassette in edizioni da autogrill della Quinta o della Sonata al chiaro di luna ascoltate in auto, d'estate, andando verso la spiaggia, coi finestrini aperti e quasi tutta la musica che si perde nel rumore...

C'è qualcosa di disneyano, nell'orchestrazione anni '30 di Weingartner. Quando ho visto per la prima volta Fantasia? Non ricordo, ma dovevo avere quattro o cinque anni. A Milano. I miei mi portarono al cinema, sicuramente, e qualcosa deve essersi depositato profondamente nella mia memoria. La Sesta sinfonia mi sembra di conoscerla da sempre.

Questa, però, è preistoria. La storia dei miei ascolti musicali comincia invece a metà degli anni '80. Avevo (o meglio, i miei genitori avevano) un magnetofono da tavolo a cassette, di quelli che si usavano per registrare pro-memoria e appunti vocali. Io lo usavo per sentire musica. Le cassette le avevo comprate all'uscita da scuola, prima di prendere il treno che mi avrebbe ricondotto a casa.

Il corso principale della città dove frequentavo il liceo scientifico aveva due negozi di dischi. Quello della signora Esposito era il più fornito: aveva dei meravigliosi cataloghi delle principali case discografiche. I cataloghi, però, mi mettevano in imbarazzo. Avrei voluto consultarli per ore, ma non stava bene: a un certo punto bisognava scegliere e ordinare. E poi, la cassetta arrivava dopo settimane, e a quell'epoca ero molto impaziente.

Il negozio del signor Cavo (dischi ed elettrodomestici, nomen omen) era più piccolo, ma aveva la particolarità di essere praticamente sempre aperto. Arrivavi col treno la mattina presto e trovavi già la saracinesca alzata, oppure perdevi il primo treno del ritorno, e potevi comunque rifugiarti una mezz'oretta da Cavo a contemplare lo scaffale con le cassette, senza essere disturbato (era, e per quanto ne so è ancora, un uomo di una discrezione esemplare, cosa non frequente in provincia). Potevi stare lì davanti quanto volevi prima di scegliere cosa comprare, oppure anche uscire senza aver preso niente, con un semplice grazie e arrivederci.

Ma, quando avevo diecimila lire in tasca, mi piaceva sempre entrare da Cavo per poi uscirne con una cassetta di Mozart o di Beethoven ben sistemata in mezzo ai libri - che tenevo orgogliosamente legati con una cinta elastica, per distinguermi dai miei compagni che sfoggiavano zainetti Invicta dai quali, durante l'intervallo, tiravano fuori i loro dischi di musica pop.

Intanto l'acqua bolle. Mezzo cucchiaino di sale. Apro la dispensa: pennette rigate o spaghetti? Opto per gli spaghetti: cuociono prima.

"La città dove frequentavo il liceo". Ho già scritto il nome di questa città? No. Lo scrivo adesso: Locri. Provincia di Reggio Calabria.

Da una vita, la semplice domanda "Di dove sei?" mi obbliga a fornire spiegazioni complicate e, suppongo, noiose, e anche poco convincenti. Ai tempi del liceo la risposta era semplice: di Africo. Se l'interlocutore era discreto, bastava così. Altrimenti scattava l'altra domanda: "E perché parli con l'accento milanese?" - Sai, la mia famiglia abitava a Milano, poi ci siamo trasferiti in Calabria. "Ah, allora i tuoi sono milanesi". - Niente affatto, siamo calabresi da chissà quante generazioni; ma i miei erano emigrati a Milano alla fine degli anni '60. "E come mai siete tornati qui?" - Uffa...

Da quando sto al Nord, la spiegazione è diventata ancora più involuta e implausibile. Se ci penso, mi vedo in un commissariato di polizia, seduto davanti a una lampada da tavolo puntata addosso a me, mentre l'ispettore, nascosto in una minacciosa penombra, mi inquisisce. "Ricominciamo daccapo. Di dove sei?" - Di Vigevano. "Ma non parli con l'accento di Vigevano". - No, perché sono calabrese. "Ma sul documento c'è scritto che sei nato a Milano". - Sì, perché all'epoca i miei abitavano lì. "Ah. E adesso dove abitano?" - Ad Africo. "Prima hai detto a Bianco." - Sì, anagraficamente stanno a Bianco. Sono due paesi confinanti. In realtà casa dei miei è tra Africo e Bianco, sulla statale. Ma comunque è più vicina ad Africo che a Bianco, anche se, sulla carta, è nel territorio di Bianco. Però i miei sono di Africo. "Ricominciamo daccapo..."

Intanto l'op. 106 di Beethoven, trascritta da Weingartner, è finita. Devo cambiare il CD. Ho ancora una cinquantina di minuti prima di tornare in ufficio. Cosa metto?

Scelgo velocemente, prima che la pasta scuocia: Invenzioni a due e tre voci di J. S. Bach. Glenn Gould, al pianoforte.

Butto gli spaghetti nello scolapasta. Che senso ha suonare il piano facendo finta che sia un clavicembalo? Venticinque anni che ascolto Gould e me lo chiedo.

Dicembre millenovecentoottantotto. Pomeriggio. Devo studiare per l'interrogazione di matematica. Non ne ho proprio voglia. Slego il fardello dei libri di scuola e ne estraggo il mio acquisto di oggi. Una cassetta made in U.S.A., dall'elegantissima copertina nera bordata d'oro. Bach, Inventions and Sinfonias. Glenn Gould.

Metto la cassetta nel mangianastri. Una musica astratta, trasparente, cantabile. Sembra provenire dallo spazio siderale, eppure i contorni si distinguono con precisione. Una sensazione di freddo secco, fine e pungente.

Guardai fuori. Non potevo crederci: stava nevicando. La casa dei miei è sul mare; l'Aspromonte dista solo una cinquantina di chilometri, ma qui sulla costa l'inverno è mite, la neve è un evento che capita forse una volta ogni dieci anni. Capitò quella volta. Mi alzai dalla scrivania e andai alla finestra a vedere i cristalli che scendevano lentamente.

L'inverno è mite, sulla costa ionica della Calabria. La stagione peggiore è l'autunno. A fine ottobre le piogge arrivano improvvise, massicce e violente, e possono durare per settimane. Non c'è che da chiudersi in casa e aspettare che passino.

Ho sedici anni e sto correndo attraverso la piazza principale di Locri verso la stazione. Il cielo è nero, l'aria è elettrica e tra poco scoppierà un forte temporale. Stavolta ho perso troppo tempo dalla signora Esposito, non sapevo decidermi, alla fine ho comprato la Sesta sinfonia di Beethoven e i concerti K. 488 e K. 491 nell'interpretazione di Daniel Barenboim, ma ora rischio di perdere il treno. La Sesta un po' la conosco, è quella della pubblicità. Ma il Concerto in do minore. Chissà com'è. Mozart scrive raramente in minore. Ma quando lo fa, mette i brividi. Mi precipito con il cuore in gola, mentre le bobine sbattono ritmicamente contro l'involucro di plastica nascosto fra i libri.

"Secondo le testimonianze di molta gente che ha vissuto in prima persona quei tragici giorni dell'alluvione e attraverso dei libri pubblicati da alcuni scrittori del paese, il 15 ottobre 1951 rappresenta una data indimenticabile e storica per il popolo di Africo in quanto un evento imprevisto sconvolse l’esistenza di Africo e della sua frazione, Casalnuovo. Per quattro giorni consecutivi dal 15 al 18 ottobre 1951, una bufera di vento, pioggia e nevischio si abbatté ininterrottamente sui due paesi causando frane, crolli di abitazioni e la distruzione di intere colture. La gente, spaventata, si riversò in massa in chiesa, pregando Dio e il suo Santo protettore, San Leo. La catastrofe avvenne soprattutto giorno 17 con continue frane, smottamenti di terreno, pioggia battente e violenta".

"La mattina del 18 ottobre la gente ricorda un'aria rossastra su nel cielo che metteva paura solo ad osservarla. [...] Molti furono quelli che, sorpresi dal maltempo, non fecero in tempo a mettersi in salvo, perché la piena del fiume impedì loro la via del ritorno a casa. Alla fine i due paesi contarono i danni: i morti furono sei a Casalnuovo e tre ad Africo. Gran parte del bestiame fu trascinato dal fiume, le case furono per la maggior parte distrutte e sepolte, le colture non più esistenti perché trascinate dalla pioggia."

"La lenta organizzazione della vita civile e della lotta politica fu sconvolta dall'alluvione del 1951. Una frana spazzò via il paese. I morti furono pochi, ma Africo scomparve. La storia della ricostruzione è allucinante. Per tutto un decennio gli africoti cercarono il terreno per ricomporre la loro comunità. Si iniziò una lotta tra chi voleva tornare nel vecchio territorio, dove erano restate le misere proprietà, e quelli che cercavano una sistemazione nuova. La scelta di una soluzione divise i due campi, anche la sinistra. Alla fine prevalse la tesi, sostenuta da don Stilo e dalla DC, di costruire un nuovo comune in una località distante 50 chilometri dal vecchio paese. Per lunghi anni la maggioranza degli africoti visse in un campo profughi. All'inizio del 1960 era sorta Africo Nuovo".

Un bambino di nove anni. Una bambina di due anni. Che esperienza possono aver fatto della catastrofe, e poi della loro condizione di profughi? Come l'hanno vissuta? Che tracce ha lasciato su di loro?

I miei genitori mi hanno parlato pochissimo dell'alluvione e degli eventi successivi. Hanno sempre insistito affinché studiassi, hanno incoraggiato i miei interessi per la musica, la letteratura, le scienze. Mi hanno sostenuto fino al diploma, poi fino alla laurea. Ma sugli eventi del loro paese non mi hanno mai detto molto.

Mio padre non sopporta il vento. Se è notte, e fuori c'è vento, non riesce a dormire.

"Non si è mai capito - manca una documentazione e mancano anche testimonianze orali credibili - se fu la mafia calabrese a premere per ricostruire Africo nel territorio di Bianco, senza terra, senza delimitazione territoriale e stato giuridico (com'è rimasto fino al 1980), in una località dove i contadini poveri, la grande maggioranza degli abitanti, sarebbero stati privati di quei diritti civici - il legnatico, il seminativo, il pascolo - di cui godevano nel vecchio paese. Da una montagna aspra al mare. Un caso esemplare di perdita dell'identità individuale e collettiva: gli abitanti di Africo infatti non sono più pastori né contadini, odiano il mare e non sono diventati né pescatori né marinai".

Ho diciannove anni. Preparo l'esame di maturità ascoltando la Sinfonia Italiana di Mendelssohn e la Sinfonia Incompiuta di Schubert. L'incongruità della situazione mi è divenuta insopportabile: che senso ha vivere in Calabria stando sempre chiuso in casa, parlare con un ridicolo accento settentrionale e, in generale, far finta di abitare in Mitteleuropa? A questo punto, non è meglio emigrare? Spengo il registratore e accendo la radio. Trasmettono The End dei Doors. C'è l'anniversario della morte di Jim Morrison.

Alla maturità, filosofia non è uscita. Peccato. Mi sarebbe piaciuto portare Kant. Non capisco perché tutti dicono che è un pensatore difficile: a me sembra così naturale, così ovvio. Certo: lo spazio, il tempo, sono forme della nostra mente. Ma, in sé, non esistono affatto.

Spengo lo stereo, aziono la lavastoviglie. E' ora di tornare in ufficio.

(Racconto pubblicato anche su Evulon. Nota: tutti i paragrafi tra virgolette sono tratti dal sito Internet di un mio compaesano, http://www.giuseppemorabito.it tranne l'ultimo che è tratto da Corrado Stajano, L'Italia ferita. Storie di un popolo che vorrebbe vivere secondo le regole della democrazia, Cinemazero, Pordenone 2010, pag. 96).

lunedì 28 marzo 2011

Mozart schedato da Buscaroli

Va subito detto che il titolo del libro di Piero Buscaroli, La morte di Mozart (Rizzoli, Milano 1996, pp. 373) è fuorviante. L'oggetto della trattazione di Buscaroli non è, infatti, "la morte di Mozart", bensì gli ultimi dieci anni di vita del grande compositore. L'intento dichiarato di Buscaroli è quello di demolire tutta una serie di leggende, falsità e luoghi comuni che, secondo lui, si sarebbero accumulati intorno alla figura di Mozart ad opera dei suoi biografi otto e novecenteschi: il Mozart di Buscaroli sarebbe infine quello genuino ed autentico, finalmente restituitoci dopo due secoli di menzogne.

Mi sembra che il punto di vista di Buscaroli sia politicamente determinato e che questa componente politica sia un elemento essenziale del suo metodo. Infatti, Buscaroli è un nostalgico dell'ancien régime, né più né meno. Tutto ciò che deriva dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, per Buscaroli, è pura e semplice aberrazione. Buscaroli non accetta nulla della modernità; del feudalesimo, invece, rimpiange ogni aspetto (per esempio anche l'elevata mortalità infantile, p. 261). Questo suo punto di vista radicalmente antimoderno dovrebbe, nelle intenzioni di Buscaroli, garantirgli una completa indipendenza dalle ideologie correnti nella nostra epoca e consentirgli così di vederci più chiaro di ogni altro biografo mozartiano prima di lui.

In altre parole, il libro di Buscaroli non si basa affatto su una ricerca archivistica che abbia prodotto fonti inedite e di prima mano. Si basa, invece, sulla reinterpretazione delle fonti già note, le quali, sotto l'occhio limpido e scevro di pregiudizi di Piero Buscaroli, rivelerebbero alfine quella verità che nessuno, prima di lui, aveva veduto.

Le fonti principali di Buscaroli sono infatti: l'epistolario mozartiano; la raccolta di documenti a cura di Erich Deutsch Mozart. Die Dokumente seines Lebens, Kassel 1961; e le prime biografie mozartiane di Schlichtegroll (1793), Niemetschek (1798), Nissen (1828) e Jahn (1856-59). Sono tutti materiali ben conosciuti e ampiamente utilizzati dalla critica mozartiana. Buscaroli esprime invece il massimo disprezzo per il W. A. Mozart di Hermann Abert (1921), opera considerata fondamentale da tutti ma non da Buscaroli il quale, naturalmente, è anche in costante e aspra polemica con quasi tutta la critica mozartiana novecentesca.

Vediamo allora, più nel dettaglio, qual è il bersaglio polemico della ricostruzione buscaroliana.

Mozart, che all'età di venticinque anni lasciò il servizio dell'Arcivescovo di Salisburgo per trasferirsi a Vienna, dove cercò di mantenersi con i proventi della sua attività di pianista e compositore, è oggi celebrato come il primo grande musicista dell'epoca borghese, colui il quale, per primo, tentò di conquistarsi lo status di libero artista, riscattando così la figura del musicista dal suo ruolo di dipendente delle corti. Nelle parole del sociologo Norbert Elias (1991): "Da outsider borghese al servizio della corte, Mozart combatté fino in fondo, con incredibile coraggio, una battaglia di affrancamento dai suoi padroni e committenti aristocratici. Lo fece di propria iniziativa, per amore della propria dignità di uomo e del proprio lavoro di musicista. E perse la battaglia [...]". Secondo Elias, Mozart perse la battaglia (e la vita) in quanto i tempi non erano ancora maturi per lui: la lotta di Mozart si svolse in una nazione, l'Austria del settecento, che si trovava "in una fase dello sviluppo sociale nella quale i rapporti di potere tradizionali erano praticamente ancora intatti".

Per l'ultrareazionario Buscaroli, questa moderna visione di Mozart come artista rivoluzionario è fumo negli occhi. Con grande insistenza, Buscaroli ci propone invece un Mozart meschino, pavido e conformista, caratterizzato dalla "evidente mancanza di superiori doti intellettuali e morali" (p. 342). "Mai anelò al riscatto sociale e politico della figura dell'artista, cercava un reddito fisso, ma alto" (p. 32). "Il libero mercato dell'arte gli si spalanca, e lui continua a sperare in un impiego a corte, meglio a Vienna, dove potrebbe, tutt'al più, raddoppiare lo stipendio di ora. Uomo libero è solo a parole [...]. I suoi sogni sono quelli di un impiegato" (pp. 183-4).

Tutto il libro di Buscaroli pullula di simili osservazioni, che in verità sono reiterate tanto spesso, quanto poco sono seriamente argomentate. E non potrebbe essere diversamente, dato che, come ho detto sopra, le fonti di Buscaroli sono le stesse dei critici mozartiani che lui tanto disprezza. Se, per loro, queste fonti disegnano una determinata figura e per Buscaroli la figura esattamente opposta, ciò dipenderebbe solo dal fatto che Buscaroli è intelligente e onesto, mentre gli altri autori sono stupidi e/o in malafede.

Un esempio del metodo argomentativo di Buscaroli lo si trova nella trattazione delle dimissioni di Mozart dalla corte arcivescovile di Salisburgo nel giugno 1781. In quella circostanza, com'è noto, il segretario dell'Arcivescovo, un tale conte Arco, per tutta risposta all'insistenza con cui Mozart continuava a chiedergli di accettare la sua richiesta di dimissioni, assestò al musicista un calcio nel sedere. Questo episodio, che ha suscitato l'indignazione unanime di tutta la posterità, viene raccontato da Buscaroli con le tecniche adottate dagli avvocati difensori di chi viene processato per stupro:
A) minimizzare. "Credette di dover ridurre alla ragione il musicista ribelle con la zotica seppur benintenzionata famigliarità elargita a sguatteri e inservienti".
B) Insinuare dubbi sulla veridicità del fatto. "E se fosse tutta invenzione [...]?"
C) Sostenere che la vittima, in fondo, se l'è cercata. "E il giovane genio dal corpo minuto [...] fece tutto quanto poteva per trarlo fuori dai gangheri" (tutte le citazioni sono dalla p. 53).
Il tutto al palese scopo di tessere l'apologia di un sistema sociale, nel quale era possibile che un Mozart venisse preso a calci dallo scagnozzo di un feudatario.

A ciò aggiungiamo il fatto che, della musica di Mozart, Buscaroli parla poco o nulla: al Don Giovanni sono dedicate in tutto 3 (tre) pagine, nelle quali Buscaroli si limita a dirci che Da Ponte copiò il libretto da Giovanni Bertati; e sai che novità! Questo ci dà la misura di quanto la lettura di questo libro possa risultare tediosa e irritante.

Questo, almeno, per le prime duecentosessanta pagine. E' solo quando Buscaroli inizia a parlare degli ultimi mesi di vita di Mozart, che il suo discorso comincia a farsi un minimo interessante. A proposito della genesi del Requiem, Buscaroli propone una tesi che, pur non essendo necessariamente giusta, non è né futile né banale. Secondo Buscaroli (il quale, per una volta, avverte onestamente il lettore di non aver prove di quanto afferma: p. 324), l'incompiutezza del Requiem non sarebbe dovuta alla morte improvvisa del compositore, bensì ad una sua scelta deliberata. Infatti, Mozart fu incaricato della composizione da un nobile musicista dilettante, il conte Walsegg-Stuppach, il quale intendeva appropriarsi della stessa paternità dell'opera: il conte voleva cioè far eseguire il Requiem (dalla propria orchestra di corte) figurandone lui come autore.

Secondo Buscaroli, quando Mozart si rese conto dei termini di questo incarico (che inizialmente aveva accettato per necessità di denaro), maturò un invincibile disgusto per il lavoro che gli era stato commissionato: la sua coscienza artistica e professionale si ribellò all'idea di dover comporre un'opera che non avrebbe mai potuto rivendicare come sua. Sarebbe questo, secondo Buscaroli, il vero motivo per cui il Requiem rimase incompiuto.

Una prova a sostegno della sua ricostruzione sarebbe costituita, secondo Buscaroli (il quale considera il Requiem di Mozart un'opera minore e mal riuscita), dalla stessa scarsa qualità musicale della composizione. Mozart, cioè, sapeva di dover scrivere un'opera che sarebbe andata sotto il nome di un musicista dilettante: perciò la scrisse in modo volutamente sciatto, adoperando ad esempio un "contrappunto opaco, scontato, da manuale" (p. 325), e alla fine si rifiutò senz'altro di completarla, meditandone probabilmente la distruzione.

Buscaroli, però, sembra non rendersi conto che quanto lui scrive in queste pagine finali, a proposito del Mozart autore del Requiem, contraddice in modo stridente quanto egli stesso ha sostenuto nel corso di tutti i capitoli precedenti. Se Mozart, dal 1781 fino all'estate del 1791, era quel piccolo-borghese pusillanime e opportunista che Buscaroli si è sforzato di dipingere, come si spiega questo improvviso scatto di orgoglio e di dignità a pochi mesi dalla morte?

A me sembra, invece, che in queste pagine finali gli occhiali dell'ideologia siano in qualche modo caduti dal naso di Buscaroli, il quale, alla fine, non può a fare a meno di riconoscere a Mozart quelle qualità umane che fin qui gli aveva ostinatamente e faziosamente negato.

Per finire, ho seri dubbi sulla valutazione critica che Buscaroli riserva al Requiem. Non trascurerei il fatto che quest'opera sembra attualmente la più popolare fra quelle del suo autore. Ad esempio, se si digita Mozart nella casella di ricerca di "YouTube", il Requiem è la prima opzione che viene proposta. Senza dubbio, ciò si deve in gran parte al film Amadeus. Ma in parte, secondo me, lo si deve anche alla relativa semplicità di fruizione del Requiem che Buscaroli, a suo modo, evidenzia, pur senza comprenderne le ragioni. Non dimentichiamo che Mozart, poco prima di morire, fu testimone dell'enorme successo del suo Flauto Magico, un'opera scritta per un teatro della periferia di Vienna e destinata ad un pubblico popolare.

Forse Mozart, dopo aver volutamente sfidato il gusto dell'aristocrazia, e dopo l'amara esperienza del mancato sostegno da parte del pubblico borghese, negli ultimi mesi di vita iniziò a intravedere la possibilità di rivolgersi ad un pubblico interamente nuovo, posto al di fuori delle classi dominanti del presente e dell'immediato futuro. E cominciò a orientare la sua scrittura musicale all'obiettivo di conquistare ed educare, se necessario anche calibrando il livello di complessità compositiva, questo nuovo pubblico.

(Trovate la presente recensione anche su Evulon).