1. Un finale controverso
Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, e la loro trasposizione televisiva nella serie Game of Thrones (1), hanno riscosso enorme successo e hanno, per comune consenso, innovato profondamente il genere fantasy. Secondo Wu Ming 4, Martin eredita da Tolkien “la ricerca del senso di profondità della vicenda e dello scenario, e l’atmosfera malinconica di un mondo in profonda crisi, ma inserisce nel suo universo la politica, che rende molto più difficile tracciare una contrapposizione netta tra due cause, Luce contro Oscurità. È lo stesso Martin ad affermare che il suo mondo potrebbe essere la Terra di Mezzo dopo la definitiva partenza degli Elfi, completamente secolarizzata, un mondo tutto umano, dove regnano soprattutto intrigo e lotte per il potere”. (WU MING 4 2013).
Tuttavia l'ottava e ultima stagione di Game of Thrones, andata in onda nella primavera del 2019, ha suscitato lo scontento di molti. Le critiche più frequenti s'incentrano sulla frettolosità degli sviluppi narrativi, su varie incoerenze e superficialità nella sceneggiatura (TUFEKCI 2019), e soprattutto sul trattamento riservato a uno dei personaggi principali, la regina Daenerys Targaryen – che, nelle ultime due puntate, riesce a conquistare il trono di spade solo dopo aver perduto la ragione e dopo aver perpetrato un massacro indiscriminato di civili inermi, e viene infine uccisa mentre si appresta a capeggiare ulteriori distruttive e sanguinose campagne militari.
2. La critica di Zizek al finale di Game of Thrones
In un articolo pubblicato su “Independent” il 21 maggio 2019 (ZIZEK 2019), il filosofo Slavoj Zizek ha espresso un'acuta critica al finale della serie, evidenziandone il conservatorismo politico e lo sciovinismo maschilista.
Scrive Zizek che l'uccisione di Daenerys avviene al culmine di una lotta “fra la tradizionale nobiltà 'buona' (…) che protegge i propri sudditi dai tiranni malvagi, e Daenerys intesa come un nuovo tipo di leader forte, una sorta di bonapartista progressiva che agisce per conto dei diseredati. - La posta, nel conflitto finale, è la seguente: la rivolta contro la tirannia dev'essere solo una lotta per il ritorno al vecchio e più benevolo ordine gerarchico, oppure dovrebbe evolversi nella ricerca di un nuovo e necessario ordine sociale? - Il finale congiunge il rifiuto di un cambiamento radicale con una vecchia tematica antifemminista”, in base alla quale non vi sarebbe “nulla di più disgustoso di una donna che interviene nella vita politica spinta dalla sua brama di potere”, e in base alla quale la donna sarebbe per natura di mentalità angusta e “incapace (…) di percepire la dimensione universale della politica statale”.
In considerazione dell'ideologia antifemminista mostrata dagli autori, Zizek osserva che il massacro di civili operato da Daenerys appare essenzialmente come “una fantasia maschile”, mentre la discesa verso la pazzia di questo personaggio è “psicologicamente ingiustificata” ed esprime più che altro “l'ideologia patriarcale e la sua paura di una donna politicamente forte”. Sempre secondo Zizek, “l'emarginazione delle donne è un momento chiave della generale lezione liberal-conservatrice del finale: le rivoluzioni finiscono male e portano con sé altra tirannia”. Invece quella di Daenerys è stata l'uccisione del “solo agente sociale (...) che combattesse realmente per qualcosa di nuovo, per un nuovo mondo che ponesse fine alle vecchie ingiustizie”.
Infine, sempre secondo Zizek, “non si può fare a meno di notare che coloro i quali rimangono fedeli a Daenerys sino alla fine sono più diversi – il suo comandante militare è nero – mentre i nuovi governanti sono chiaramente bianchi e nordici. La regina radicale che desiderava per tutti più libertà, indipendentemente dalla posizione sociale e dalla razza, viene eliminata, e le cose sono riportate alla normalità”.
Fin qui Zizek. Prima di proseguire, vorrei rilevare che non si tratta della prima volta che un critico marxista, nell'analizzare un prodotto della cultura di massa, prende le difese di un personaggio contro chi ne è autore. Un precedente illustre è costituito dallo stesso Marx, quando nella sua analisi de I misteri di Parigi elogia il personaggio di Fleur-de-Marie, “una donna libera e forte” (ENGELS-MARX 1972, p. 222), sacrificata da Eugène Sue sull'altare dei propri pregiudizi piccolo-borghesi Secondo Marx, infatti, con il personaggio di Fleur-de-Marie “Eugenio Sue si è innalzato sopra l'orizzonte della sua ristretta visione del mondo. Ha colpito in piena faccia i pregiudizi della borghesia”. Tuttavia successivamente lo stesso Sue uccide Fleur-de-Marie “per guadagnarsi il plauso di tutti i vecchi e le vecchie, di tutta la polizia parigina, della religione corrente e della 'critica critica'” (ENGELS-MARX 1972, p. 224).
3. La critica di Sotirios F. Drokalos a Zizek
In Italia, una curiosa risposta alla critica di Zizek è apparsa su Immoderati.it (un sito d'ispirazione liberale), a firma di Sotirios Fotios Drokalos (DROKALOS 2019).
Dopo aver enunciato la tesi, piuttosto impegnativa, secondo cui “solo chi non ha studiato e compreso sufficientemente il pensiero di Karl Marx può continuare a definire se stesso come marxista e comunista”, e dopo aver riassunto l'articolo di Zizek, Drokalos afferma che Hegel e Marx “avrebbero senz’altro concordato che le rivoluzioni benefiche siano frutto di importanti evoluzioni materiali e intellettuali oggettive e di mutamenti nel corpo della società, quindi non da azioni isolate di monarchi romantici o di piccoli gruppi di persone”. Secondo Drokalos, la “politica di liberazione di Daenerys Targaryen” rifletterebbe “un approccio volontaristico all’azione politica e al cambiamento sociale, rappresentando una specie di leader che crede di poter agire secondo le proprie visioni idealistiche e imporre il suo volere, ignorando la realtà sociale oggettiva. Un atteggiamento del genere non può avere risultati positivi a lungo termine, e inevitabilmente sfocierà [sic] nell’autoritarismo e verso una tendenza punitiva nei confronti della società, nel momento in cui le convinzioni e i desideri del leader confliggano con una realtà sociale che non accetti questi presupposti”.
Per Drokalos, nel paese ove si svolgono la maggior parte delle vicende di Game of Thrones mancano insomma le condizioni oggettive per una rivoluzione. “Westeros è un continente insulare dove c’è un’organizzazione sociale esclusivamente dinastica e feudale, che non contiene città indipendenti e centri commerciali e bancari autonomi. Non esiste vale a dire alcun elemento borghese e capitalista primordiale come quelli dell’alto medioevo europeo, che farebbe pensare ad esempio ai comuni dell’Italia rinascimentale. Mancano dunque degli elementi che avrebbero indicato che la società di Westeros porta in se imminenti trasformazioni storiche nel suo ordine politico e sociale”.
Non solo. Secondo Drokalos, la regina dei draghi avrebbe anche sbagliato ad abbattere lo schiavismo nel continente di Essos, dove (scrive Drokalos) “Daenerys ha imposto in modo sanguinario il suo potere e cancellato i regimi oligarchici preesistenti massacrando gli aristocratici”. La ragione (indovinate un po'?) è che ad Essos mancano le condizioni oggettive per l'abolizione della schiavitù. Per Drokalos, una “liberazione di schiavi non può essere sostenibile e veramente riuscita se non proviene da certe evoluzioni economiche, tecnologiche e sociali in grado di portare cambiamenti al processo produttivo e quindi un riassestamento consistente nei rapporti di produzione. (...) La servitù nel mondo reale fu abolita grazie alla crescita accelerativa delle forze di produzione mediante la scienza e la tecnologia, che la resero inutile e improduttiva (…). Prima però che ciò accadesse, la schiavitù era necessaria per il progresso economico e sociale”. Drokalos suffraga quest'altra sua affermazione alquanto azzardata richiamandosi all'autorità dello stesso Marx, che – sempre secondo Drokalos – enuncerebbe “nei suoi testi” tale tesi della schiavitù “necessaria”.
Infine Drokalos approva il finale della serie, nel quale il Consiglio formato dai Grandi Nobili di Westeros “rigetta la proposta di un’elezione democratica del re” decidendo però “l’abolizione della successione di sangue” e l'elezione del re da parte dei “rappresentanti delle casate aristocratiche”. Il commento di Drokalos è che tanto “la dialettica hegeliana quanto quella materialista marxista, ma anche l’esperienza storica, avrebbero previsto un’evoluzione sociopolitica di questo tipo, ossia l’apparizione di un sistema politico nuovo e più democratico come prodotto dei contrasti e degli scontri della situazione precedente, che tuttavia avrebbe rapporti di coerenza e continuità con quella precedente. Non sarebbe possibile che una società adottasse il suffragio universale se fino a ieri il suo sistema di governo era la monarchia assoluta”. Pertanto, sempre secondo Drokalos, “la conclusione della serie è perfettamente in linea con il modo in cui secondo Hegel si sviluppa l’autocoscienza dello spirito nella storia.”
4. Drokalos e George R.R. Martin: un incontro mancato
Rilevo innanzitutto la disinvoltura con cui Drokalos si sbarazza di un problema su cui si è arrovellata la critica filosofica negli ultimi cento anni, ossia quello del rapporto fra Hegel e Marx. Per Drokalos, a quanto pare, si tratta di un problema inesistente. Egli identifica senz'altro il pensiero di Marx con quello di Hegel, come se l'intesa fra i due pensatori fosse scontata. Qui di seguito sarò meno audace di Drokalos: mi limiterò a discutere la sua interpretazione del pensiero di Marx, mentre non parlerò affatto di Hegel.
Dimostrerò che l'articolo di Drokalos appare viziato da una conoscenza assai carente del suo oggetto (ossia Drokalos sembra non aver letto il romanzo né aver visto la serie televisiva), ed è inoltre improntato a un “marxismo” volgare, che ha poco a che vedere con il reale pensiero di Karl Marx.
Cominciamo con gli errori di lettura o d'interpretazione commessi da Drokalos riguardo alle Cronache del ghiaccio e del fuoco.
* È falso quanto sostiene Drokalos, che a Westeros non vi siano relazioni economiche di tipo moderno. Fra questo continente e il vicino continente di Essos intercorrono frequenti scambi commerciali; in Essos ha sede, fra l'altro, una banca potentissima, la Banca di ferro di Braavos, che fa il bello ed il cattivo tempo accordando o negando finanziamenti ai potentati di Westeros.
“Ognuna delle nove città libere aveva la propria banca, alcune anche più di una, che si azzannavano tra loro per il conio come i cani per un osso. La Banca di Ferro, però, era la più ricca e la più potente di tutte le altre banche messe insieme. Quando i principi non riuscivano a ripagare i propri debiti alle banche minori, i banchieri in rovina vendevano moglie e figli in schiavitù e procedevano ad aprirsi le vene. Quando i principi non riuscivano a ripagare i loro debiti alla Banca di Ferro, nuovi principi apparivano come dal nulla e prendevano possesso del trono”. (MARTIN 2016, p. 314).
Evidentemente un sistema economico dove il credito ha tanta importanza non può essere definito senz'altro come premoderno. Se dovessimo trovare un paragone storico, penseremmo più all'Europa alla fine del feudalesimo che non al suo inizio. Torneremo su questo punto più avanti.
* È in errore Drokalos quando scrive che la pretesa di Daenerys “di conquistare il trono non si basava sul sostegno o per lo meno sulla simpatia popolare, bensì esclusivamente sulla successione dinastica tradizionale” nella convinzione “che il trono le appartenesse per diritto di nascita come successore della dinastia decaduta dei Targaryen, e nel caso il suo diritto alla successione non venisse rispettato, avrebbe occupato il potere con la violenza, disinteressandosi del fatto che i popoli di Westeros la volessero e la accettassero come loro regina oppure no”. Al contrario: vari passi del romanzo attestano non solo che Daenerys intende regnare su Westeros con il consenso del popolo, ma anche che intende instaurare un sistema politico e sociale più giusto.
Fin dall'inizio a Daenerys Targaryen è ben chiaro che il popolo di Westeros non è interessato al titolo legale del monarca. Il popolo aspira prima di tutto alla pace:
“'La gente prega perché venga la pioggia, i figli crescano sani, l'estate non finisca mai' ribatté Ser Jorah. 'Per la gente non ha nessuna importanza se gli alti lord giocano al gioco del trono. Basta che la lascino in pace'. Scrollò le spalle. 'Solo che non viene mai lasciata in pace'.
Per qualche tempo Daenerys continuò a cavalcare in silenzio, mentre quei concetti si aggregavano e si disgregavano nella sua mente come i frammenti di un rompicapo. Che alla gente non importasse affatto se il sovrano era un vero re o un Usurpatore andava contro quanto Viserys aveva sempre sostenuto. Ma più rimuginava le parole di ser Jorah, più esse risuonavano di verità” (MARTIN 2016c, p. 247).
Oltre che a far cessare le lotta tra feudatari che devastano Westeros, Daenerys intende inoltre portare giustizia su quel continente, perché ritiene che solo l'ideale della giustizia sia quello che giustifica la monarchia:
“Per quale ragione gli dèi creano re e regine, se non per proteggere coloro i quali non sono in grado di proteggersi da soli? (…) La giustizia... è la ragione di esistere dei re” (MARTIN 2016d, p. 395).
Fin qui possiamo dire che questi propositi di Daenerys rientrano ancora nell'ideologia del feudalesimo (e comunque si tratta di propositi ben diversi dal mero “occupare il potere con la violenza” che le attribuisce Drokalos). Ma un elemento nuovo emerge allorquando Daenerys, dopo aver dato avvio alla liberazione di intere popolazioni di schiavi nel continente di Essos, mostra di concepire se stessa come leader di un esteso movimento di emancipazione che dovrà estendersi al continente occidentale. Prima ancora di conquistare la città-stato schiavista di Astapor, Daenerys si trova a capo di una moltitudine di nomadi in cammino:
“La seguiva il resto della sua gente (…). Daenerys aveva collocato i vecchi e gli infermi al centro della colonna, assieme alle donne che allattavano, a quelle incinte, alle bambine e ai bambini ancora troppo giovani per portare i capelli a treccia. Il resto, i suoi guerrieri, quei pochi che le rimanevano, cavalcavano all'esterno del gruppo, spingendo avanti quel centinaio di cavalli macilenti sopravvissuti sia alla desolazione rossa sia alla traversata del nero mare velenoso.
'Avrei dovuto far cucire un vessillo' si rimproverò Daenerys, continuando a guidare la patetica processione lungo il corso serpeggiante del fiume di Astapor. Chiuse gli occhi, cercando d'immaginare come avrebbe potuto essere: seta nera leggera e impalpabile, con al centro il drago a tre teste dei Targaryen che lanciava fiamme dorate. 'Un vessillo come quello che avrebbe innalzato Rhaegar'” (MARTIN 2016d, pp. 397-8).
Ora, il vessillo che Daenerys ha pensato per la sua gente è, di fatto, lo stemma dei Targaryen. Tuttavia è evidente che, in un passo come quello che ho citato qui sopra, l'antico simbolo feudale è surdeterminato da nuovi significati, che non hanno nulla a che vedere con ambizioni dinastiche o con la mera sete di potere. Hanno invece a che vedere col fatto che Dany, ella stessa abusata e traumatizzata fin dall'infanzia, ha deciso di utilizzare l'esperienza del suo trauma per proteggere i deboli e gli oppressi (SCARLET 2019) e per aiutarli nella loro emancipazione (ZIZEK 2019).
Dopo aver conquistato Astapor, mentre muove contro l'altra polis schiavista di Yunkai, Dany ha la responsabilità di un enorme accampamento composto da “decine di migliaia” di liberti che hanno scelto di seguirla, fra cui molte donne, vecchi e bambini – fra tutti questi liberti solo “uno su dieci” può combattere (MARTIN 2016h, pp. 204-5).
Se a ciò aggiungiamo che, dopo Astapor e Yunkay, è solo suscitando un'ampia rivolta degli schiavi entro le mura della città che Daenerys riesce a conquistare anche Meereen (MARTIN 2016f, p. 245), troviamo che il potere di Daenerys Targaryen su queste città ex schiaviste non si fonda affatto sulla sola violenza militare né sul diritto di conquista né su pretese dinastiche, come pretende Drokalos: la regina può contare su una consistente base di consenso costituita dagli ex schiavi, ora liberi.
Ha quindi ragione Mauro Vanetti quando osserva che Daenerys mostra “attenzione alla questione del consenso popolare” e sa “usare con abilità la lotta di classe per costruire la propria base sociale” (VANETTI 2019, cap. 1). Aggiungerei solo che la Madre dei draghi non agisce così solo per calcolo o per tattica, bensì nella convinzione soggettiva che la sua azione contribuirà realmente a costruire un mondo più giusto.
Per inciso, aggiungo una considerazione. Appare del tutto fuori luogo il tono scandalizzato con cui Drokalos lamenta che “in certe città del continente di Essos, Daenerys ha imposto in modo sanguinario il suo potere e cancellato i regimi oligarchici preesistenti massacrando gli aristocratici”. Drokalos dimentica di specificare che i suoi “aristocratici” sono in realtà schiavisti quantomai crudeli, che per esempio di fronte alla porta principale della città di Astapor avevano realizzato una Piazza del Castigo, in cui appariva “una piattaforma di legno dove gli schiavi ribelli venivano squartati, scuoiati e impiccati” e che era collocata in modo da essere “la prima cosa che un nuovo schiavo” vedeva “nell'entrare ad Astapor” (MARTIN 2016d, p. 398). Prima della conquista di Meereen, i padroni della città avevano crocifisso a scopo terroristico centosessantatré bambini schiavi “a ogni palo miliare della strada costiera” (MARTIN 2016f, pp. 31-2). Questi sono gli “aristocratici” sul cui destino il liberale Drokalos sembra commuoversi. E se, dopo la conquista di Meereen, Daenerys ordina di crocifiggere centosessantatré schiavisti nella piazza principale (MARTIN 2016f, p. 238), è arduo non considerare ciò un atto di giustizia.
Daenerys Targaryen ha dunque abolito per legge la schiavitù nella ex Baia degli schiavisti e ha “distrutto il mercato degli schiavi” (MARTIN 2016e, p. 348). Naturalmente, il fatto che la schiavitù sia stata abolita non significa che le lotte di classe siano finite, il che non manca di essere rilevato sia nel romanzo sia nella serie televisiva. A Meereen, per esempio, alla schiavitù si sono sostituiti rapporti di lavoro salariato per “compensi talmente miserabili che la maggior parte” dei liberti “riusciva a stento a comprarsi da mangiare” (MARTIN 2016e, pp. 55-6). “I liberti lavorano a prezzi troppo bassi” facendo concorrenza al ribasso agli artigiani, e Daenerys risolve il problema decretando di liberalizzare l'iscrizione alle gilde: “le gilde aprano i loro registri a qualsiasi liberto in grado di dimostrare l'abilità richiesta” (MARTIN 2016e, p. 190). E così via.
Ma, a sua volta, il fatto che l'eguaglianza ottenuta dagli ex schiavi sia un'eguaglianza legale e formale, e non ancora l'eguaglianza sostanziale che sarà propria della società senza classi – questo fatto non significa che non sia valsa la pena di abolire la schiavitù. Da un punto di vista marxista “le forme 'libere' del lavoro capitalistico, sebbene siano illusorie se giudicate in rapporto alla libertà reale di un ipotetico ordinamento socialista, hanno rappresentato un progresso reale rispetto alla costrizione aperta della schiavitù o della servitù della gleba, e (…) quindi un ritorno a queste forme sarebbe totalmente regressivo e reazionario” (CARR 1982, p. 162; qui Carr riporta un ragionamento di Isaac Deutscher). Nel romanzo viene giustamente fatto notare che a Meereen, dopo la liberazione degli schiavi, esistono bensì ancora i portatori di palanchini, però ora vengono pagati e, quando cadono, vengono aiutati, mentre quando erano schiavi venivano frustati (MARTIN 2016g, p. 75). Sempre da un punto di vista marxista, gli ex schiavi possono ora continuare la loro lotta di classe da posizioni storicamente più avanzate e in condizioni più favorevoli (in relazione, per esempio, alla possibilità di organizzarsi in sindacati, che da schiavi certamente non avevano, ecc.).
* È in errore Drokalos quando sostiene che non ci siano prove che “la società di Westeros porta in se [sic] imminenti trasformazioni storiche nel suo ordine politico e sociale”. In realtà vi sono molti prodromi di un prossimo cambiamento di tale ordine.
Tanto per cominciare molti, fra il popolo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, hanno in odio la tirannia ed aspirano, più o meno confusamente, a un sistema politico e sociale più giusto. Lo dimostrano i vari passi del romanzo in cui personaggi del popolo mostrano di attendersi sostanziali miglioramenti dall'arrivo dell'armata di Daenerys. Ecco uno di questi passi:
“'Se per caso raggiungerai la tua regina, dalle un messaggio da parte degli schiavi di Vecchia Volantis'.
La vedova si toccò la sbiadita cicatrice sulla guancia rugosa, dove erano state raschiate via le lacrime.
'Dille che la stiamo aspettando. Dille di arrivare presto'”. (MARTIN 2016a, p. 68; qui siamo ad Essos).
Qui eravamo fra gli schiavi di Essos. Ecco un altro passaggio, ambientato nel palazzo reale di Westeros, dove regna tirannicamente Cersei Lannister:
“Cersei stava perdendo la pazienza. 'C'è altro?'
'Un'ultima cosa. Una questione di poco conto'. Qyburn le rivolse un sorriso di scusa, e le raccontò di uno spettacolo di burattini, molto in voga tra il popolino, in cui un regno di animali è governato da un branco di altezzosi leoni. 'Man mano che il sedizioso racconto procede, i leoni diventano sempre più avidi e arroganti, finché non iniziano a divorare i loro stessi sudditi. Quando il nobile cervo muove delle obiezioni, i leoni divorano anche lui, e ruggiscono che è loro diritto, poiché sono i predatori più potenti'.
'E finisce così?' chiese Cersei divertita. Visto sotto la luce giusta, poteva essere una lezione salutare.
'No, maestà. Alla fine si schiude un uovo da cui fuoriesce un drago che incenerisce tutti i leoni'.
Quel finale faceva passare lo spettacolo di burattini dalla semplice insolenza al tradimento.
'Stupidi sciocchi. Solo degli stolti metterebbero a rischio le loro teste per un drago di legno'.” (MARTIN 2016b, p. 19).
Queste specie di “addavenì Daenerys” cosparsi nel romanzo (se vogliamo fare un paragone storico con il motto “addavenì Baffone” di molti proletari italiani che, alla fine della seconda guerra mondiale, attendevano con speranza l'arrivo dell'Armata rossa) possono benissimo essere indice della immaturità politica di quegli strati della popolazione che vivevano in uno stato di “aspettazione messianica” dell'avvento di Daenerys Targaryen. Secondo lo storico Ernesto Ragionieri, infatti, formule come “arriva Barbison” (la versione settentrionale di “addavenì Baffone”) erano “quasi la extrapolazione di un ribellismo e di una volontà di riscossa che in quelle formule (…) trovavano una giustificazione della propria passività” (RAGIONIERI 1978, p. 391). Tuttavia, se non altro, il fenomeno indica che una parte della popolazione, nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco, è pronta a un cambiamento di tipo rivoluzionario; il che invalida uno degli argomenti chiave di Drokalos.
Ancora più significativi in questo senso sono due esempi di lotte di classe che troviamo nel romanzo: quello rappresentato dalla Fratellanza senza vessilli e quello condotto dal Popolo libero.
Nel pieno della guerra si crea, fra ex soldati del defunto re Robert, un gruppo di guerriglieri denominato “la fratellanza senza vessilli”, che si propone fra l'altro di difendere la popolazione civile contro le violenze dell'esercito dei Lannister. Ecco come uno di loro racconta la nascita della banda di fuorilegge:
“Eravamo ancora uomini del re (…) e le genti che i leoni di Castel Granito stavano sterminando erano ancora le genti del re. Se non potevamo combattere per re Robert, allora sarebbe stato per loro che avremmo combattuto. E avremmo continuato a combattere fino a quando anche l'ultimo di noi fosse morto. Così abbiamo fatto, ma poi qualcosa di strano accadde. Per ogni uomo che perdevamo, altri due venivano a prendere il suo posto. Alcuni erano cavalieri o scudieri, di nobili natali, ma la maggior parte erano uomini comuni: braccianti e violinisti, locandieri, servitori e calzolai, perfino due septon. Uomini di tutti i generi, e anche donne, bambini, cani...” (MARTIN 2016d, p. 245).
Oltre la Barriera che segna il confine settentrionale della parte “civilizzata” del continente di Westeros vi è poi il Popolo libero. Chiamati “bruti” dagli abitanti dei sette regni, con i quali sono continuamente in conflitto, gli uomini e le donne del Popolo libero vivono in tribù secondo un'organizzazione sociale improntata al comunismo primitivo e caratterizzata, fra l'altro, dall'uguaglianza fra i generi. Il Popolo libero si batte per rimanere tale effettuando anche delle razzie a sud della Barriera. Ecco come una donna del popolo libero rivendica il proprio diritto a predare:
“Siete voi quelli che rubano. Vi siete presi tutto il mondo, e avete costruito la Barriera per tenere fuori il popolo libero. (…) - Gli dèi hanno fatto la terra perché tutti gli uomini la condividessero. È stato solo quando sono venuti i re con le corone e le spade d'acciaio e hanno detto che era tutto loro. 'Miei sono gli alberi' hanno detto 'e tu non puoi mangiare le mie mele. Mio è il fiume, e tu non puoi pescare. Mio è il bosco, e tu non puoi cacciare. Mia la terra, mia l'acqua, mio il castello, mia la figlia, tieni giù le mani o te le taglio, però, se pieghi le ginocchia, magari te la faccio odorare'. Voi ci chiamate ladri, ma almeno un ladro dev'essere coraggioso, furbo e svelto. Uno che s'inginocchia, s'inginocchia e basta” (MARTIN 2016h, p. 189).
Tutti questi elementi (le aspettative diffuse nel popolino circa il prossimo avvento di Daenerys, e ancor più le lotte di classe portate avanti dalla Fratellanza senza vessilli e dal popolo libero al di là della Barriera) indicano come non sia affatto vero, come pretende Drokalos, che nel mondo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco le condizioni oggettive siano contrarie ad ogni sviluppo storico in senso rivoluzionario. Esistono invece consistenti segnali del fatto che il continente occidentale, che Daenerys si appresta a conquistare, sia un sistema sociale in crisi e sull'orlo di importanti trasformazioni.
5. Drokalos e Karl Marx: un altro incontro mancato
Occorre dire che il “marxismo” di Sotirios F. Drokalos costituisce un'interpretazione assai semplificata e involgarita del pensiero di Karl Marx. Quando infatti Drokalos scrive che “la servitù nel mondo reale fu abolita grazie alla crescita accelerativa delle forze di produzione mediante la scienza e la tecnologia”, e che prima di tutto questo “la schiavitù era necessaria per il progresso economico e sociale”, egli sta proponendo una versione ultra-meccanicista del marxismo, in cui il motore della storia non è costituito dalla lotta di classe bensì dal solo progresso scientifico e tecnologico. Eppure a Drokalos sarebbe bastato leggere le prime righe del Manifesto del partito comunista per apprendere che, secondo Marx, “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. - Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta”... (MARX-ENGELS 1978, p. 100). In termini marxisti, lo schiavismo antico non cadde da sé, per solo effetto del progresso scientifico, bensì fu superato anche grazie alle lotte di classe che, sviluppandosi in forme molteplici attraverso i secoli, finirono per indebolire il sistema schiavistico favorendo così la sua sostituzione con un altro, più avanzato modo di produzione: quello feudale (2).
Il “marxismo” di Drokalos appare improntato a una concezione stadiale e unilineare dello sviluppo storico, in base alla quale esisterebbero delle tappe prefissate che ciascuna società deve obbligatoriamente percorrere durante la sua evoluzione e che non possono essere saltate. Secondo Drokalos un paese schiavista, prima di tentare l'abolizione della schiavitù, dovrebbe accertarsi che esistano in loco le condizioni materiali per tale abolizione, in termini di sviluppo delle forze produttive. Se queste condizioni non esistono, la sola cosa che gli schiavi possono fare è aspettare pazientemente che lo sviluppo scientifico e tecnologico del paese metta gentilmente a disposizione metodi produttivi più avanzati: finché questo non succede gli schiavisti, secondo Drokalos, possono dormire sonni tranquilli (3). Ciò – si badi bene - anche se contemporaneamente altri paesi vivono benissimo senza schiavitù: Drokalos, infatti, nella sua disamina delle Cronache del ghiaccio e del fuoco non accenna al fatto che, mentre lo schiavismo esiste in certe parti di Essos, è invece del tutto assente nel vicino continente di Westeros. Si direbbe che, per il liberale Drokalos, ogni società debba evolvere per conto proprio, senza contatti o influenze con le altre, come in un sistema di compartimenti stagni.
Questa concezione meccanicista ed evoluzionista, molto diffusa nel marxismo della Seconda Internazionale, non corrisponde però agli esiti più maturi del pensiero di Marx, il quale, osserva Stefano Musto, “negò numerose volte – sia in testi pubblicati che in manoscritti non dati alle stampe – di avere concepito un'interpretazione unidirezionale della storia, in base alla quale gli esseri umani erano destinati a compiere ovunque il medesimo cammino e, per giunta, attraverso le stesse tappe” (MUSTO 2018, cap. 9). Sempre secondo Musto, negli “ultimi anni della sua esistenza, Marx si allontanò sempre più dall'idea che il modo di produzione socialista potesse essere conseguito solo attraverso specifiche tappe. La concezione materialistica della storia che egli elaborò è tutt'altro che la sequenza meccanica alla quale è stato ridotto più volte il suo pensiero. Essa non è assimilabile alla tesi che la storia umana sia una scontata successione di modi di produzione. (…) Il suo metodo non è riducibile al determinismo economico” (MUSTO 2018, cap. 9).
Per esempio, nella sua lettera del 1877 alla redazione della rivista russa “Annali della patria”, Marx dichiarò di non accettare che la propria analisi della genesi del capitalismo venisse trasformata in una “teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli indipendentemente dalle circostanze storiche nelle quali essi sono posti”, ossia in una “teoria storico-filosofica generale, la cui virtù suprema consiste nell'essere soprastorica” (citata nella postfazione di Alfonso M. Iacono a MARX 2009, p. 308).
Posti di fronte al problema se la Russia potesse “saltare” una fase dello sviluppo attraversato da altri paesi, giungendo così al comunismo senza passare necessariamente attraverso una fase capitalistica, Marx ed Engels risposero che, a certe condizioni, ciò era possibile. “Si affaccia ora il problema: la comunità rurale russa, questa forma in gran parte già disciolta, è vero, della originaria proprietà comune della terra, potrà essa passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera, o dovrà essa attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che trova la sua espressione nell'evoluzione storica dell'occidente? - La sola risposta oggi possibile è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l'odierna proprietà comune russa potrà servire di punto di partenza per una evoluzione comunista” (Prefazione all'edizione russa del 1882, in MARX-ENGELS 1978, p. 311).
Per Marx ed Engels, quindi, era possibile che una rivoluzione in Russia, aiutata da una concomitante “rivoluzione operaia in occidente”, facesse saltare alla Russia una tappa dello sviluppo storico già vissuto dai paesi capitalisti. In quest'ottica, la mancanza in Russia di forze produttive moderne come quelle occidentali non poteva costituire un problema: secondo Marx ed Engels, gli operai dell'occidente industrializzato (nel corso di un processo rivoluzionario di portata internazionale) avrebbero aiutato la Russia, esportando in quel paese le loro tecniche produttive e permettendo così ai russi di iniziare, assieme agli stessi operai occidentali, la costruzione di un'economia socialista mondiale.
La concezione meccanicista dello sviluppo storico – basata su una lettura parziale e unilaterale dell'opera di Marx - fu predominante nel marxismo della Seconda internazionale. Più tardi essa fu riportata in auge dallo stalinismo (cfr. il contributo di Vittorio Morfino in MELLINO-POMELLA 2020; vedi anche KONSTAN 1975, p. 146). Ma nel XX secolo, almeno da Lenin in poi, si può dire che tutto il marxismo degno di questo nome sia stato antimeccanicista. Fra i tanti marxisti eminenti che si possono citare per dimostrare il mio assunto (4), ne convocherò qui solo alcuni.
Nella sua Storia della rivoluzione russa, Lev Trotsky scrive che un “paese arretrato assimila le conquiste materiali e intellettuali dei paesi avanzati. Ma ciò non significa che li segua servilmente, ripercorrendo tutte le fasi del loro passato”; infatti “una situazione storicamente arretrata (…) autorizza o, più esattamente costringe un popolo ad assimilare tutto quello che è stato fatto prima di una determinata data, saltando una serie di fasi intermedie” (TROTSKY 1964, pp. 18-9).
A proposito del problema di come un popolo che si suppone primitivo (il “papuano”) possa emanciparsi, Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere si chiede se “una nazione o un gruppo sociale che è giunto a un grado superiore di civiltà non possa (e quindi debba) 'accelerare' il processo di educazione dei popoli e dei gruppi sociali più arretrati, universalizzando e traducendo in modo adeguato la sua nuova esperienza”. Per Gramsci infatti, ammesso e non concesso che una fase storica di schiavitù sia il presupposto perché un popolo possa evolversi a uno stadio superiore di civiltà, questa evoluzione non avviene automaticamente: “è necessario anzi che ci sia una lotta in proposito, e questa lotta è proprio la condizione per cui i nipoti o pronipoti del papuano saranno liberati dalla schiavitù”. Sempre secondo Gramsci, il fatto che ci sia una ribellione contro la schiavitù “è anch'esso un fatto filosofico-storico: (…) perché solo questa resistenza mostra che si è realmente in un periodo superiore di civiltà e di pensiero” (GRAMSCI 1975, pp. 1366-67). Pur nel linguaggio cauto e cifrato imposto dalla censura carceraria, la metafora di Gramsci è abbastanza trasparente nel suo anticolonialismo, in quanto si riferisce all'aiuto che il proletariato dei paesi industrialmente più avanzati può e deve dare (in un processo rivoluzionario mondiale) ai popoli colonizzati che lottano per la propria emancipazione.
Rilevo a questo punto che, quando Slavoj Zizek parla di “bonapartismo progressivo” a proposito di Daenerys Targaryen, lo fa evidentemente da marxista e non sceglie le parole a caso. Quella del bonapartismo, o del cesarismo, è una categoria ben nota del lessico marxista: spesso è usata in senso negativo, come sinonimo di autoritarismo militarista. Tuttavia Gramsci invita a distinguere, in un quadro di lotta fra le classi sociali, fra cesarismo progressivo e regressivo. Secondo Gramsci, infatti, “il cesarismo (...) non ha sempre lo stesso significato storico. Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo (…). È progressivo il cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare sia pure con certi compromessi e temperamenti limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva (…). Cesare e Napoleone I sono esempi di cesarismo progressivo. Napoleone III e Bismark di cesarismo regressivo. Si tratta di vedere se nella dialettica 'rivoluzione-restaurazione' è l'elemento rivoluzione o quello restaurazione che prevale” (GRAMSCI 1975, p. 1619).
Posto che esistono, quindi, degli esempi storici di “cesarismo progressivo”, è interessante rilevare come Gramsci abbia messo fra questi lo stesso Napoleone I. In ciò Gramsci è d'accordo con Rosa Luxemburg, la quale, parlando delle guerre napoleoniche, della loro base sociale e della loro importanza nell'abbattimento del sistema feudale in Europa, rileva come il “contadino parcellare francese” fosse “diventato il più valoroso difensore della grande rivoluzione francese, dopo che questa gli aveva regalato la terra confiscata all'emigrazione. Come soldato napoleonico egli portò alla vittoria la bandiera francese, attraversò tutta l'Europa e distrusse il feudalesimo in un paese dopo l'altro” (LUXEMBURG 2004, pp. 60-1).
In che modo questi elementari insegnamenti del marxismo (4) si applicherebbero alle Cronache del ghiaccio e del fuoco? È evidente: sotto la guida della Madre dei draghi, l'esercito rivoluzionario degli ex schiavi e dei “selvaggi” di Essos abbatterebbe la tirannide a Westeros, dopodiché i popoli di Westeros, in un quadro di solidarietà internazionalista, aiuterebbero quelli di Essos mettendo a disposizione in tale continente le loro tecniche produttive più avanzate. Infischiandosi, tutti quanti, di aspettare quella “crescita accelerativa delle forze di produzione” (qualunque cosa ciò voglia dire) che, secondo Drokalos, sarebbe il presupposto necessario per abolire la servitù.
6. Come regnerà la Madre dei draghi?
Jacopo Di Miceli (DI MICELI 2019) osserva giustamente che è “poco chiaro” in che modo, nel concreto, debba realizzarsi il progetto politico di Daenerys Targaryen. Possiamo però cercare alcuni elementi per definirlo meglio, prendendo per base sia le esplicite dichiarazioni della stessa Distruttrice di catene, sia alcune analogie con le vicende che (nella storia reale) hanno ispirato la storia romanzesca delle Cronache del ghiaccio e del fuoco.
Viene spesso citato il seguente dialogo fra Daenerys e il suo consigliere Tyrion Lannister (serie televisiva, stagione 5, episodio 8):
“DAENERYS: Lannister, Targaryen, Baratheon, Stark, Tyrell, sono come raggi di una ruota. Prima uno, poi un altro, e un altro ancora, la ruota continua a girare schiacciando chi è sul terreno.
TYRION: È un bel sogno fermare la ruota. Non sei l'unica a desiderare che si avveri.
DAENERYS: Non ho intenzione di fermare la ruota; ho intenzione di distruggerla.”
L'intenzione di “distruggere la ruota” può avere un solo significato: abolire il potere delle casate feudali, che da secoli lottano fra loro per la supremazia. Eliminare (in quanto classe sociale) l'aristocrazia feudale, abbattendo il sistema ormai marcio che da secoli insanguina i sette regni.
È noto, ed è stato riconosciuto dagli stessi autori, che tanto le Cronache del ghiaccio e del fuoco quanto la loro trasposizione televisiva traggono ispirazione da quel periodo della storia inglese localizzato fra il tramonto del feudalesimo e la nascita della monarchia assoluta: il periodo che va, grosso modo, dalla Guerra delle due rose all'ascesa della monarchia Tudor. Tale periodo, in cui sono ambientati anche i più importanti drammi storici di Shakespeare, fu caratterizzato non solo dalla “lotta di classe fra monarchia e nobiltà feudale” (LUKÁCS 1977, p. 179), ma anche, all'interno della stessa nobiltà feudale, dalla lotta fra i feudatari più tradizionalisti e gli strati più progressivi che iniziavano a trarre redditi crescenti dalle loro terre mediante la vendita della lana: questi ultimi avevano interessi in comune con la borghesia mercantile, il che condusse a “quell'alleanza fra mercanti e piccola nobiltà di campagna” su cui poggiava la monarchia dei Tudor e che più tardi, nel XVII sec., divenne egemone con la Guerra civile (HILL 1938).
L'esito più probabile della storia fittizia di Westeros narrata nelle Cronache del ghiaccio e del fuoco è, tutto sommato, lo stesso che si è verificato nella storia reale del regno d'Inghilterra: l'inesorabile declino dell'aristocrazia feudale – una classe sociale parassitaria, disumanamente assetata di potere, che si autodistrugge nelle guerre e nelle congiure – accompagnata dalla lenta e graduale ascesa della borghesia, inizialmente alleata con la monarchia assoluta e con i settori più avanzati della stessa nobiltà terriera. In questo schema, se ammettiamo che Daenerys Targaryen possa avere un po' la stessa funzione della regina Elisabetta I, allora il suo consigliere Tyrion Lannister potrebbe rappresentare quegli elementi più progressivi dell'aristocrazia i quali hanno capito che il dominio del feudalesimo volge alla fine. Non a caso Tyrion, rampollo diseredato dell'importante casata dei Lannister, colto e intelligente, libero dai pregiudizi dell'ideologia feudale per via della sua stessa condizione di nano che ha fatto di lui un escluso e un reietto – Tyrion trova la sua strada proprio come consigliere di Daenerys Targaryen. (Se non erro, un indizio di questa sua funzione progressiva e filo-borghese si può rintracciare in una scena, nel quarto episodio della sesta stagione, in cui Tyrion, in una trattativa con i padroni della Baia degli Schiavisti, li esorta ad abbandonare lo schiavismo in quanto esso non è affatto necessario per accumulare ricchezze: un invito – si direbbe – a passare a metodi di sfruttamento della forza-lavoro più moderni e “civili”).
Non è nemmeno un caso che, nel continente di Westeros, Daenerys trovi un'accoglienza ostile nel Regno del nord, dove le istituzioni feudali (anche grazie al “buon governo” della casata Stark) non sono ancora in crisi conclamata e conservano probabilmente una residua vitalità.
7. Uno spettro si aggira per la mediasfera: lo spettro del matriarcato
Se quello che ho proposto nella sezione precedente è l'esito più “realistico” della vicenda, non dobbiamo tuttavia dimenticare che le Cronache del ghiaccio e del fuoco (benché la storia sia una delle loro primarie fonti d'ispirazione) non sono un romanzo storico. Stiamo invece parlando di un ciclo fantasy.
Inoltre, come ogni opera narrativa, le Cronache esprimono in forma artistica le tensioni e le problematiche del tempo in cui sono state scritte. Per esempio: le emergenze di specie costituite dal cambiamento climatico, oppure dalla minaccia di agenti extraumani che sembrano mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa della nostra specie (proprio in questi giorni in internet circola un meme ispirato al Trono di spade in cui il Coronavirus è rappresentato sotto l'aspetto del re degli “Estranei”).
Ecco, allora, che anche la vicenda della Madre dei draghi (come ha ben visto Zizek) assume una serie di significati attuali attinenti alla crisi del patriarcato.
La straordinaria figura di Daenerys Targaryen ben si presta a simboleggiare, anche in senso psicologico, tale problematica. Secondo la psicoanalista Jolande Jacobi, già di per sé il drago è una delle forme di manifestazione dell'archetipo del femminile (JACOBI 1990, p. 64).
Si direbbe, poi, che la psiche degli sceneggiatori del Trono di spade sia stata visitata da una sorta di atavico terrore del matriarcato. Per illustrare questo assunto farò ricorso ad alcune citazioni dallo studioso che ha reintrodotto nella cultura occidentale il tema del matriarcato e che, allo stesso tempo, ha tentato di esorcizzarne la minaccia per l'ordine patriarcale.
Secondo Bachofen, la “configurazione che la religione dionisiaca conferì alla vita dell'antichità ha in tutti i suoi aspetti un carattere prevalentemente femminile-materiale. Essa ha posto in primo piano la legge della vita materiale, ha promosso la libertà e l'uguaglianza tra gli uomini, ha eliminato tutte le differenze che scaturiscono dal terreno della politica, ha sciolto catene, ha liberato le classi servili, ha favorito la democrazia e la tirannia che da quella consegue”, ma ha anche “elevato i popoli dell'antichità ad un livello di sviluppo materiale che nascondeva, sotto lo splendore di uno sfarzo magnifico e di una raffinatezza irraggiungibile, la marcescenza della corruzione e dell'indebolimento” (BACHOFEN 2003, p. 178).
Sempre secondo Bachofen, il matriarcato, benché portatore di valori di libertà e di eguaglianza (o, piuttosto, proprio per questo) è funesto: egli scrive che la “supremazia dell'uomo è unita alla clemenza, quella della donna alla crudeltà. (…) L'età del diritto femminile è quella della vendetta e del sanguinario sacrificio umano, quella del patriarcato è l'epoca del tribunale, dell'espiazione, del culto senza spargimento di sangue” (BACHOFEN 2003, p. 66).
Difficile non vedere, in questa paura che il matriarcato suscita in Bachofen, una deformazione ideologica di tipo reazionario: è la paura che l'ordine patriarcale-borghese esprime di fronte alla prospettiva del suo abbattimento per via rivoluzionaria. La stessa paura che ha condotto gli autori del Trono di spade a calunniare il personaggio di Daenerys, facendo di lei nelle ultime puntate dell'ottava stagione (in modo quanto mai superficiale ed implausibile) una dittatrice spietata e sanguinaria.
Secondo Zizek, l'antifemminismo degli autori del Trono di spade ha tratto ispirazione dai drammi musicali di Richard Wagner (ZIZEK 2019). A mio parere si può citare, in proposito, un'opera ancora anteriore, ossia Il flauto magico di Mozart-Schikaneder. Anche in esso, secondo Augusto Illuminati, vi è una “generale contrapposizione fra matriarcato e patriarcato”, mentre, per quanto riguarda il personaggio della Regina della notte, Illuminati scrive che la sua “femminilità autonoma” è “streghizzata” (ILLUMINATI 1980, pp. 27-28). Il confronto con Daenerys Targaryen mi sembra pertinente, in quanto anche la Regina della notte subisce un “plot twist” simile a quello sofferto da Dany: da “buona” che era inizialmente, appare all'improvviso (e in modo poco motivato) “cattiva”. La musica di Mozart riscatta in qualche modo il torto che il libretto opera ai danni della Regina della notte, donando a questo personaggio le due più belle arie per soprano di tutto il repertorio classico. Sarà un caso - e rispettando tutte le debite proporzioni -, ma nel Trono di spade l'epica e travolgente colonna sonora di Ramin Djawadi ha i suoi momenti migliori proprio nei brani dedicati a Dany.
Daenerys Targaryen, Nata dalla Tempesta, Khaleesi del Grande Mare d'Erba, la Non-Bruciata, Madre dei draghi, Mhysa, Distruttrice di catene, portatrice d'ideali di uguaglianza e di parità fra i generi, muore dunque vilipesa e calunniata, vittima del filisteismo dei suoi autori. L'ordine sembra così tornare su Westeros. Ma tutto lascia pensare che lo spettro di Dany non smetterà tanto presto di inquietare tiranni e padroni.
Paul Fröhlich, nelle pagine finali della sua biografia di Rosa Luxemburg, riporta una leggenda diffusa tra i proletari berlinesi: Rosa non è morta, e un giorno tornerà a guidare le masse verso la rivoluzione. Nel gennaio 1919, nel suo ultimo editoriale prima di essere trucidata, la rivoluzionaria polacca così scriveva:
“L'ordine regna a Berlino? Stupidi lacché! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. Domani la rivoluzione sorgerà ancora, scuotendo le sue armi, e, per il vostro terrore, proclamerà fra squilli di trombe: io ero, io sono, io sarò!”
NOTE AL TESTO
(1) Le Cronache del ghiaccio e del fuoco costituiscono un ciclo narrativo che, negli intenti del suo autore George R. R. Martin, si comporrà di sette libri. Di questi sono finora apparsi solo i primi cinque (pubblicati dall'editore italiano dapprima in un'edizione in dodici tomi e successivamente – come nell'originale inglese – in una nuova edizione in cinque tomi). La serie televisiva Il Trono di spade, con le sue otto stagioni andate in onda fra il 2011 e il 2019, ha invece completato il suo ciclo: le prime quattro stagioni e parte della quinta si basano sui romanzi apparsi finora, mentre le ultime tre stagioni sono state scritte da David Benioff e D.B. Weiss basandosi su indicazioni di Martin e su alcuni capitoli, pubblicati in anteprima, dei libri ancora inediti. Un confronto approfondito tra romanzo e serie televisiva sarà possibile solo quando (e se) tutti i libri del ciclo saranno stati pubblicati. Nel presente articolo farò riferimento al romanzo fin dove è possibile, e alla serie televisiva per le vicende che solo in quest'ultima trovano finora sviluppo. Un interessante confronto tra libri e serie è stato tentato dalla blogger Rainhadaenerys, che ha dimostrato in modo convincente come la serie, prima ancora delle ultime puntate, fosse già molto più sessista di quanto non apparisse il romanzo. Cfr. RAINHADAENERYS 2019.
(2) Vi è stato un lungo dibattito storiografico sul problema se gli schiavi dell'antichità potessero considerarsi una classe sociale in senso marxista. Vari autori lo negano: cfr. per es. KONSTAN 1975. Nel presente articolo seguirò però l'avviso, che mi pare più corretto, di STE. CROIX 2017, secondo il quale gli schiavi (nel pensiero di Marx e nella realtà storica) costituivano effettivamente una classe. In questo senso mi discosterò dal parere espresso nel pur fondamentale saggio su Spartaco di Aldo Schiavone (SCHIAVONE 2011), secondo il quale nella società antica non esistevano vere e proprie classi sociali. Mi pare che anche Schiavone (con lo stesso atteggiamento già criticato da Ste. Croix a proposito di altri autori) faccia confusione fra classe e coscienza di classe: la prima può esistere anche quando manca la seconda, come (forse) era il caso per gli schiavi dell'antichità. Del resto Schiavone, quando scrive che fra gli schiavi prendevano corpo “attitudini soggettive e scelte personali assai differenziate – dalla resistenza e dal sabotaggio, fino alla completa adesione allo stile di vita dei padroni”, non si avvede che appunto la resistenza e il sabotaggio sono forme embrionali di lotta di classe. Mi pare cioè che Schiavone abbia una concezione troppo ristretta della lotta di classe, modellata su schemi otto-novecenteschi, e che ciò gli impedisca di vedere l'esistenza delle classi sociali anche in epoca pre-industriale e in quello che egli impropriamente chiama “il nostro presente postindustriale”.
(3) Nel Marx della maturità non si trovano gli argomenti che Drokalos propone per giustificare la schiavitù. Per quanto riguarda la schiavitù antica, una sua giustificazione in chiave storicista, con argomenti simili a quelli proposti da Drokalos, si trova non in Marx, bensì nell'Antidühring di Engels: cfr. ENGELS 1968, pp. 192-94. Ma vedi le considerazioni critiche al riguardo espresse dal curatore Valentino Gerratana nella sua Nota introduttiva, sempre in ENGELS 1968, pp. XXIX-XXXII: per Gerratana il ragionamento di Engels pecca di eurocentrismo. Gerratana osserva che comunque Engels corresse questa sua concezione nella sua successiva opera L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, ove Engels riconobbe la superiorità morale delle società cosiddette primitive che non hanno mai conosciuto la schiavitù. Per quanto riguarda la schiavitù in epoca contemporanea a Marx, solo in una sua lettera ad Annenkov del 1846 (ossia in uno scritto ancora giovanile) troviamo alcune discutibili osservazioni sulla schiavitù come “perno essenziale” dell'industrialismo moderno: tuttavia Miguel Mellino e Andrea Ruben Pomella fanno notare come Marx sia stato “un convinto e dichiarato nemico della schiavitù e del commercio europeo degli schiavi in Africa” e come, nei suoi scritti sulla guerra civile americana, Marx abbia “lodato la resistenza degli schiavi e mostrato apertamente il suo appoggio alle ribellioni e all'emancipazione dei neri” (MELLINO-POMELLA 2020).
(4) Nell'accostare tre rivoluzionari come Trotsky, Gramsci e Rosa Luxemburg, non intendo naturalmente assimilarli l'uno all'altro: è noto infatti che i tre furono fautori di opzioni politiche alquanto differenti fra loro. Per esempio nei Quaderni di Gramsci si trovano notoriamente, assieme ad alcuni apprezzamenti, anche critiche severe all'indirizzo di Rosa Luxemburg e di Trotsky. Vorrei però evidenziare come le diverse proposte strategiche dei tre si collochino comunque tutte all'interno di un quadro comune, che è quello del marxismo rivoluzionario internazionalista, e che tale quadro è inconciliabile tanto con l'evoluzionismo della Seconda internazionale, quanto con lo stalinismo.
RINGRAZIAMENTI E DEDICA
Ringrazio mia moglie Anna e mia figlia Martina per aver discusso con me la materia di questo articolo; senza le loro intelligenti osservazioni esso non sarebbe mai stato scritto. La responsabilità per le tesi e per eventuali errori qui contenuti è naturalmente solo mia.
Ringrazio il collettivo Nicoletta Bourbaki per tutto quello che ho imparato insieme a loro su questi argomenti e su mille altri.
Questo articolo è dedicato a Roberto, aka Wu Ming 1, con amicizia e stima. Grazie di tutto, compagno!
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
BACHOFEN 2003: Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato. Storia e Mito tra Oriente e Occidente, a cura di Giampiero Moretti, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2003
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DROKALOS 2019: Sotirios Fotios Drokalos, Game of Thrones ha compreso Hegel e Marx meglio di Slavoj Zizek, “Immoderati”, 11 giugno 2019, https://web.archive.org/web/20200110144028/https://www.immoderati.it/game-of-thrones-ha-compreso-hegel-e-marx-meglio-di-slavoj-zizek/
ENGELS 1968: Friedrich Engels, Antidühring, a cura di Valentino Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1968
ENGELS-MARX 1972: Friedrich Engels – Karl Marx, La sacra famiglia ovvero Critica della critica critica. Contro Bruno Bauer e soci, a cura di Aldo Zanardo, Editori Riuniti, Roma 1972
GRAMSCI 1975: Antonio Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell'Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975
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ILLUMINATI 1980: Augusto Illuminati, Gli inganni di Sarastro. Ipotesi sul politico e sul potere, Einaudi, Torino 1980
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VANETTI 2019: Mauro Vanetti, La sinistra di destra. Dove si mostra che liberisti, sovranisti e populisti ci portano dall'altra parte, Edizioni Alegre, Roma 2019
WU MING 4 2013: Wu Ming 4, Difendere la Terra di Mezzo. Scritti su J.R.R. Tolkien, Odoya, Bologna 2013
ZIZEK 2019: Slavoj Zizek, Game of Thrones tapped into fears of revolution and political women – and left us no better off than before, “Independent”, 21 maggio 2019, https://www.independent.co.uk/voices/game-thrones-season-8-finale-bran-daenerys-cersei-jon-snow-zizek-revolution-a8923371.html
sabato 21 marzo 2020
mercoledì 27 giugno 2018
Per un corretto inquadramento teorico del fenomeno migratorio
Mauro Vanetti ha pubblicato su Giap! un importante contributo (sotto forma di "miniserie" in due puntate) che contribuisce in modo significativo a controbattere talune recenti deformazioni della teoria marxista a proposito di migranti e migrazioni. Sono particolarmente grato all'autore per aver contribuito alla riscoperta degli scritti di un importante studioso e militante, oltreché mio illustre conterraneo, Paolo Cinanni.
Ecco la prima e la seconda puntata della miniserie di Mauro Vanetti. Buona lettura!
domenica 27 maggio 2018
Gioacchino Criaco, La maligredi: la mia recensione
Ho pubblicato su Academia.edu la mia recensione del romanzo di Gioacchino Criaco La maligredi, Feltrinelli, Milano 2018.
(Per chi non lo sapesse, Academia.edu è un sito web per ricercatori, una sorta di social network in cui è possibile condividere liberamente studi, materiali ecc.)
martedì 26 settembre 2017
Un'inchiesta di Nicoletta Bourbaki sul caso Giuseppina Ghersi
Il collettivo Nicoletta Bourbaki sta conducendo un'importante inchiesta sul caso Giuseppina Ghersi. La prima puntata, basata esclusivamente su notizie reperibili on line, già fa sorgere importanti interrogativi e rivela vaste zone d'ombre nella vulgata diffusa dai media durante le scorse settimane. Auguriamoci che l'indagine vada avanti e che sia fatta (per quanto possibile, a distanza di settantadue anni dai fatti) piena luce su un episodio così inquietante.
lunedì 25 gennaio 2016
Gli infiniti possibili di Giorgio Sollazzi, musicista
All'epoca ero molto ingenuo e molto presuntuoso e pensavo di poter scrivere “recensioni” di grandi opere musicali del passato. Le pubblicavo su un sito commerciale (che esiste ancora oggi). Quando mi venivano bene, erano “schede" molto pedantesche, contenenti le stesse informazioni che si possono trovare su una qualsiasi garzantina. Infatti, qualche anno dopo, quando Wikipedia arrivò in Italia, smisi di farmi sfruttare dal sito commerciale e trovai quella che probabilmente è la mia vera vocazione internettiana.
Ad ogni modo fu sul sito commerciale che conobbi Giorgio Sollazzi. Anche lui scriveva recensioni. Con la prima, importante differenza che lui è musicista, e quindi sa di cosa scrive, e con una seconda differenza: le sue recensioni erano avvincenti, estrose, godibilissime, anche e soprattutto quando sembrava che non avessero nulla a che fare col brano musicale che - in teoria - ne costituiva l'oggetto. Le recensioni di Giorgio non parlavano precisamente né del brano musicale “in sé”, né della sua ricezione da parte dell'ascoltatore-recensore. Si situavano, piuttosto, in qualche punto lungo la relazione fra questi due elementi, come un acrobata in equilibrio su un filo, o come uno dei fuochi di due specchi parabolici contrapposti. Non per niente “mirrors” (con la m minuscola) era il nickname che Giorgio si era scelto.
A un certo punto Giorgio uscì dal sito e cancellò il suo account. Dev'essere per questo che, cercando ora qualcuna delle meravigliose recensioni di mirrors, non ne trovo nessuna. Qualche tempo dopo si iscrisse nuovamente con un altro nickname e cominciò a pubblicare recensioni di forma più tradizionale, ma sempre molto belle, come ad esempio questa, sulla settima di Beethoven.
L'interpretazione verbale di un brano musicale è sempre un grosso azzardo. "Scrivere di musica è come ballare di architettura", diceva Frank Zappa. Le descrizioni che amo di più sono quelle di musiche inesistenti, come la sonata di Vinteuil in Proust o le composizioni immaginate da Thomas Mann nel Doktor Faustus. Proust mescolava genialmente le carte, inventandosi una sonata per violino e pianoforte che prendeva un po' dalla Sonata in re minore di César Franck, un po' da un quintetto di Saint-Saëns, senza essere né l'una né l'altro; in piena coerenza, d'altronde, con la sua estetica, dove non esistono "descrizioni" "realistiche" del "mondo esterno". Quanto a Mann, Arnold Schönberg s'inalberò quando seppe che la sua musica aveva ispirato quella del romanzo, al punto da pretendere una smentita da parte dello scrittore. E dal suo punto di vista Schönberg aveva anche ragione, in quanto Mann interpretava la dodecafonia come un fenomeno di dissoluzione morale, che era quanto di più lontano dagli intenti del severo musicista.
Ma anche divagare è un'arte, che a me non riesce: ci provo inutilmente, per poi subito ricadere nel mio solito modo di scrivere pedestre e nozionistico. Dunque, meglio rimanere on topic e parlare di Giorgio Sollazzi. Ecco: quando lo conobbi, non attraversavo quello che si dice un buon periodo. Mi ero laureato, avevo fatto il servizio civile, abitavo a casa dei miei in provincia, lontanissimo dall'università e dai miei amici di laggiù. Gli altri miei amici, quelli del liceo, erano sparsi in giro per l'Italia. Facevo pratica in uno studio legale. Ero, in sostanza, disoccupato, e mi sentivo terribilmente solo e senza prospettive. L'amicizia epistolare con Giorgio mi aiutò a tenermi in piedi. Ci scambiavamo commenti e messaggi sul sito commerciale (che fungeva anche un po' da social network), email, ma anche lettere cartacee: ricordo un plico meraviglioso che egli mi spedì con un CD che aveva masterizzato per me. Dentro c'erano un brano di Stockhausen, Il canto sospeso di Nono, un coro dal Trovatore, e non ricordo cos'altro.
A quel tempo Internet non aveva ancora stravolto la distribuzione della musica. C'era Napster, ma con le connessioni lente di allora non è che si riuscisse a scaricare granché. Per ascoltare musica bisognava ancora affidarsi alla radio, oppure ordinare il disco al negozio e aspettare che arrivasse. C'era poi una circolazione semiclandestina di audiocassette duplicate artigianalmente, che passavano di mano in mano come samizdat. Tutta una dimensione romantica, di scoperta, che si è persa dal momento in cui è bastato digitare un nome su un motore di ricerca per avere subito a disposizione l'intera produzione di qualsiasi musicista antico o contemporaneo.
Poco tempo fa ho chiesto a Giorgio se, come musicista, non si sentisse stimolato da questa odierna vasta disponibilità di musiche, e come mai ciò non lo inducesse a scrivere in una tale, enorme varietà di stili e di linguaggi: oggi un brano dodecafonico, domani uno pop, dopodomani uno free jazz, e via dicendo. Non ricordo esattamente il tenore della mia domanda - che comunque era piuttosto stupida, si capisce. Ricordo invece perfettamente la replica di Giorgio: fare come gli suggerivo io - mi ha risposto - avrebbe forse aumentato il suo tasso di libertà ma avrebbe diminuito il tasso di scelta.
In uno dei suoi romanzi, Nicola Lagioia offre alcune riflessioni molto interessanti a proposito del ritrovare sui social network i propri amici di gioventù. Queste amicizie del mondo reale divenute poi virtuali - osserva Lagioia - hanno una strana consistenza umbratile. Simile a quella degli spiriti nell'undicesimo libro dell'Odissea (o nel sesto dell'Eneide), aggiungerei io. Colpa del mezzo, evidentemente, e non dell'amicizia in sé - ma questo è un altro discorso.
Conosco Giorgio da sedici anni e non ci siamo mai incontrati di persona: solo via Internet, e qualche volta per telefono. Però non ho mai avvertito come un limite la virtualità della nostra amicizia. Forse perché nel suo caso manca il confronto con l'immagine mnemonica della persona reale, o forse per il felice paradosso che Giorgio riesce a realizzare nelle sue comunicazioni virtuali, allo stesso tempo lievi e intense.
Sto pensando che “lieve” e “intenso” potrebbero essere i due primi aggettivi che mi vengono in mente ascoltando la musica di Giorgio. Mi rendo conto che come contributo critico è parecchio inadeguato, ma ho già detto che non sono del mestiere. Giorgio ha esposto la sua poetica (o almeno, una delle sue poetiche) in uno scritto che potete trovare qui.
In questo saggio, Giorgio prende le mosse dal personaggio di Amleto (con annesso spettro del re di Danimarca?) per proporre una sua complessa concezione della composizione, come “apparizione” o “evocazione” di “potenziali”.
Shakespeare era un altro interesse che ci univa quando scrivevamo sul sito commerciale. Giorgio ha molto riflettuto, e qualcosa ha anche scritto, sia in prosa sia in musica, sulla figura di Amleto.
Quanto a me, partendo dalla constatazione che su Internet in italiano c'era ancora poco materiale sull'argomento, mi ero messo in testa di compilare e mettere on line una "recensione" per ciascuno dei drammi del Bardo. Tanto ero sprovveduto, a quell'epoca.
Più tardi abbandonai l'insano progetto, assieme alle mie velleità di anglista, e praticamente smisi di leggere Shakespeare. Oggi amo recarmi, di quando in quando, a visitare l'abbazia cistercense di Morimondo. Questo non c'entra nulla con quanto ho detto finora. Però nell'abbazia c'è un bel coro ligneo di epoca rinascimentale.
Ogni volta che lo vedo recito mentalmente la prima quartina del Sonetto LXXIII.
La migliore traduzione italiana è quella di Ungaretti:
"Quel tempo in me vedere puoi dell'anno
Quando già niuna foglia, o rara gialla in sospeso, rimane
Ai rami che affrontando il freddo tremano,
Cori spogliati rovinati dove gli uccelli cantarono, dolci".
Di solito i commentatori sottolineano il senso di desolazione che promana da quei bare ruin'd choirs, vuoti, semidistrutti e muti. Sta di fatto che Shakespeare, mentre ce li descrive, riesce in qualche modo a farcene riascoltare il suono. Forse questa è una delle cose che il poeta vuole dirci: la memoria, aiutata dall'arte, può riuscire ad evocare la musica di un coro assente.
Ad ogni modo fu sul sito commerciale che conobbi Giorgio Sollazzi. Anche lui scriveva recensioni. Con la prima, importante differenza che lui è musicista, e quindi sa di cosa scrive, e con una seconda differenza: le sue recensioni erano avvincenti, estrose, godibilissime, anche e soprattutto quando sembrava che non avessero nulla a che fare col brano musicale che - in teoria - ne costituiva l'oggetto. Le recensioni di Giorgio non parlavano precisamente né del brano musicale “in sé”, né della sua ricezione da parte dell'ascoltatore-recensore. Si situavano, piuttosto, in qualche punto lungo la relazione fra questi due elementi, come un acrobata in equilibrio su un filo, o come uno dei fuochi di due specchi parabolici contrapposti. Non per niente “mirrors” (con la m minuscola) era il nickname che Giorgio si era scelto.
A un certo punto Giorgio uscì dal sito e cancellò il suo account. Dev'essere per questo che, cercando ora qualcuna delle meravigliose recensioni di mirrors, non ne trovo nessuna. Qualche tempo dopo si iscrisse nuovamente con un altro nickname e cominciò a pubblicare recensioni di forma più tradizionale, ma sempre molto belle, come ad esempio questa, sulla settima di Beethoven.
L'interpretazione verbale di un brano musicale è sempre un grosso azzardo. "Scrivere di musica è come ballare di architettura", diceva Frank Zappa. Le descrizioni che amo di più sono quelle di musiche inesistenti, come la sonata di Vinteuil in Proust o le composizioni immaginate da Thomas Mann nel Doktor Faustus. Proust mescolava genialmente le carte, inventandosi una sonata per violino e pianoforte che prendeva un po' dalla Sonata in re minore di César Franck, un po' da un quintetto di Saint-Saëns, senza essere né l'una né l'altro; in piena coerenza, d'altronde, con la sua estetica, dove non esistono "descrizioni" "realistiche" del "mondo esterno". Quanto a Mann, Arnold Schönberg s'inalberò quando seppe che la sua musica aveva ispirato quella del romanzo, al punto da pretendere una smentita da parte dello scrittore. E dal suo punto di vista Schönberg aveva anche ragione, in quanto Mann interpretava la dodecafonia come un fenomeno di dissoluzione morale, che era quanto di più lontano dagli intenti del severo musicista.
Ma anche divagare è un'arte, che a me non riesce: ci provo inutilmente, per poi subito ricadere nel mio solito modo di scrivere pedestre e nozionistico. Dunque, meglio rimanere on topic e parlare di Giorgio Sollazzi. Ecco: quando lo conobbi, non attraversavo quello che si dice un buon periodo. Mi ero laureato, avevo fatto il servizio civile, abitavo a casa dei miei in provincia, lontanissimo dall'università e dai miei amici di laggiù. Gli altri miei amici, quelli del liceo, erano sparsi in giro per l'Italia. Facevo pratica in uno studio legale. Ero, in sostanza, disoccupato, e mi sentivo terribilmente solo e senza prospettive. L'amicizia epistolare con Giorgio mi aiutò a tenermi in piedi. Ci scambiavamo commenti e messaggi sul sito commerciale (che fungeva anche un po' da social network), email, ma anche lettere cartacee: ricordo un plico meraviglioso che egli mi spedì con un CD che aveva masterizzato per me. Dentro c'erano un brano di Stockhausen, Il canto sospeso di Nono, un coro dal Trovatore, e non ricordo cos'altro.
A quel tempo Internet non aveva ancora stravolto la distribuzione della musica. C'era Napster, ma con le connessioni lente di allora non è che si riuscisse a scaricare granché. Per ascoltare musica bisognava ancora affidarsi alla radio, oppure ordinare il disco al negozio e aspettare che arrivasse. C'era poi una circolazione semiclandestina di audiocassette duplicate artigianalmente, che passavano di mano in mano come samizdat. Tutta una dimensione romantica, di scoperta, che si è persa dal momento in cui è bastato digitare un nome su un motore di ricerca per avere subito a disposizione l'intera produzione di qualsiasi musicista antico o contemporaneo.
Poco tempo fa ho chiesto a Giorgio se, come musicista, non si sentisse stimolato da questa odierna vasta disponibilità di musiche, e come mai ciò non lo inducesse a scrivere in una tale, enorme varietà di stili e di linguaggi: oggi un brano dodecafonico, domani uno pop, dopodomani uno free jazz, e via dicendo. Non ricordo esattamente il tenore della mia domanda - che comunque era piuttosto stupida, si capisce. Ricordo invece perfettamente la replica di Giorgio: fare come gli suggerivo io - mi ha risposto - avrebbe forse aumentato il suo tasso di libertà ma avrebbe diminuito il tasso di scelta.
In uno dei suoi romanzi, Nicola Lagioia offre alcune riflessioni molto interessanti a proposito del ritrovare sui social network i propri amici di gioventù. Queste amicizie del mondo reale divenute poi virtuali - osserva Lagioia - hanno una strana consistenza umbratile. Simile a quella degli spiriti nell'undicesimo libro dell'Odissea (o nel sesto dell'Eneide), aggiungerei io. Colpa del mezzo, evidentemente, e non dell'amicizia in sé - ma questo è un altro discorso.
Conosco Giorgio da sedici anni e non ci siamo mai incontrati di persona: solo via Internet, e qualche volta per telefono. Però non ho mai avvertito come un limite la virtualità della nostra amicizia. Forse perché nel suo caso manca il confronto con l'immagine mnemonica della persona reale, o forse per il felice paradosso che Giorgio riesce a realizzare nelle sue comunicazioni virtuali, allo stesso tempo lievi e intense.
Sto pensando che “lieve” e “intenso” potrebbero essere i due primi aggettivi che mi vengono in mente ascoltando la musica di Giorgio. Mi rendo conto che come contributo critico è parecchio inadeguato, ma ho già detto che non sono del mestiere. Giorgio ha esposto la sua poetica (o almeno, una delle sue poetiche) in uno scritto che potete trovare qui.
In questo saggio, Giorgio prende le mosse dal personaggio di Amleto (con annesso spettro del re di Danimarca?) per proporre una sua complessa concezione della composizione, come “apparizione” o “evocazione” di “potenziali”.
Shakespeare era un altro interesse che ci univa quando scrivevamo sul sito commerciale. Giorgio ha molto riflettuto, e qualcosa ha anche scritto, sia in prosa sia in musica, sulla figura di Amleto.
Quanto a me, partendo dalla constatazione che su Internet in italiano c'era ancora poco materiale sull'argomento, mi ero messo in testa di compilare e mettere on line una "recensione" per ciascuno dei drammi del Bardo. Tanto ero sprovveduto, a quell'epoca.
Più tardi abbandonai l'insano progetto, assieme alle mie velleità di anglista, e praticamente smisi di leggere Shakespeare. Oggi amo recarmi, di quando in quando, a visitare l'abbazia cistercense di Morimondo. Questo non c'entra nulla con quanto ho detto finora. Però nell'abbazia c'è un bel coro ligneo di epoca rinascimentale.
Ogni volta che lo vedo recito mentalmente la prima quartina del Sonetto LXXIII.
La migliore traduzione italiana è quella di Ungaretti:
"Quel tempo in me vedere puoi dell'anno
Quando già niuna foglia, o rara gialla in sospeso, rimane
Ai rami che affrontando il freddo tremano,
Cori spogliati rovinati dove gli uccelli cantarono, dolci".
Di solito i commentatori sottolineano il senso di desolazione che promana da quei bare ruin'd choirs, vuoti, semidistrutti e muti. Sta di fatto che Shakespeare, mentre ce li descrive, riesce in qualche modo a farcene riascoltare il suono. Forse questa è una delle cose che il poeta vuole dirci: la memoria, aiutata dall'arte, può riuscire ad evocare la musica di un coro assente.
venerdì 26 giugno 2015
Tifiamo Scaramouche!
Tifiamo Scaramouche è una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF dal sito dei Wu Ming. Si tratta di una fan fiction derivante da L'armata dei sonnambuli, l'ultimo romanzo storico del collettivo uscito nel 2014.
A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L. Da un'idea di: Pietro Pace, Mauro Vanetti e Alessandro Villari (Avvocato Laser). Il progetto grafico e l'impaginazione si devono a Franco Berteni (Mr Mill) e Simone Scaffidi L. La copertina e le illustrazioni sono di Alessandro Caligaris e Francesca Sibona.
Qui di seguito, ecco il mio contributo, pubblicato nel terzo volume della raccolta. Buona lettura.
Il flauto tradito
Parigi, 1801
1.
A suo modo, Ludwig Wenzel Lachnith era un uomo generoso. La sera del 20 agosto 1801, dopo la trionfale prima della sua opera I misteri d'Iside al Teatro della Repubblica, il compositore offrì la cena all'intera troupe, comparse e suggeritore compresi.
Benché relegate al tavolo meno prestigioso dell'ampia sala del ristorante, le due comparse Léo Modonnet e Emanuele Gizzio potevano udire facilmente i discorsi del tavolo principale, quello dove sedeva Lachnith assieme al manager del teatro, al librettista Étienne Morel de Chédeville e ai cantanti protagonisti. Per meglio dire, potevano udire il monologo del torrenziale musicista boemo, la cui voce sopravanzava quelle di tutti gli altri.
«Eh sì, caro Chédeville! Il buon Mozart aveva del talento, questo nessuno lo vorrà negare; ma aveva anche un'esecrabile tendenza al lambiccato, all'insolito... In una parola: troppa complicazione! Oggigiorno il pubblico non ne vuole sapere di una musica che sia troppo difficile. La gente vuole ariette semplici, presentate con garbo, che tocchino il cuore senza affaticare il cervello. Prendete il Don Giovanni: quante graziose melodie! Parola mia, credo che abbiamo fatto bene a prenderne una in prestito, per il nostro terzetto. Tuttavia, andiamo... La scena con la statua nel finale secondo... Chi può sopportare una tale rombante cacofonia? Pensate solo questo: in quattro battute, quel povero basso deve cantare tutte e dodici le note della scala cromatica. Sapete? Un mio amico italiano, galantuomo e compositore eminente, mi parlava tempo fa con orrore di un certo quartetto per archi, dove Mozart ha accumulato tante di quelle dissonanze da creare un ripugnante caos, direi quasi un giacobinismo sonoro, dove va completamente perso ogni giusto criterio di gerarchia tra le sette note... Di proposito dico sette, non dodici; giacché nessuno, a meno che il suo orecchio non sia guastato dalla musica per tastiera, crederà mai che un re diesis possa essere uguale a un mi bemolle... Anzi: un re è sempre un re, come dicono in Italia, non è vero?».
«Ma va' curcati, buffuni!» commentò Gizzio a mezza voce.
«Perciò, quando mi fu proposto di allestire per le nostre scene Il Flauto magico, la prima cosa che pensai fu: sta bene; ma, per carità, sfrondiamo! Semplifichiamo!
Smussiamo le asperità del testo! Rendiamo il tutto più comprensibile, più adatto alle orecchie del nostro pubblico. Più elegante, anche. E l'esito così radioso di questa serata ha dimostrato che avevamo avuto pienamente ragione. Prima di tutto: i nomi. Tutti quei Tamino, Papageno e Papagena del testo originale, così goffi e plebei, noi li abbiamo cambiati nei molto più raffinati Isménor, Bochoris e Mona...».
Modonnet rise.
«Non voglio parlare della parte musicale. Ho dovuto lavorare parecchio di forbici e d'ingegno per dare una veste accettabile alla barbarica partitura. Ma, per quanto riguarda il vostro lavoro, Chédeville, potete andare orgoglioso di avere addolcito il carattere di quella terribile regina della notte. Certo, l'aria del secondo atto l'abbiamo dovuta proprio espungere: a parte che è impossibile da cantare, ma quel testo “der hölle Rache kocht in meinem Herzen...”, “vendetta infernale sento nel mio petto”... Ahimè! Una gentile e amabile donzella come voi, signorina Maillard, avrebbe dovuto intonare tali parole? Per carità! Abbiamo già sofferto abbastanza, qualche anno fa, con quella spaventosa Medea di Cherubini. Basta, basta! I personaggi femminili, a teatro, devono rassicurare, non inquietare! Belle fanciulle, mogli e madri esemplari: questo vuole il nostro distinto pubblico. Perché la gente, la sera, vuole distrarsi dai traffici quotidiani del commercio e della Borsa, e trovare sollievo dalle cure dello Stato. Dirò di più: nell'epoca moderna la gente vuole vivere il proprio tempo come un affascinante, mutevole, infinito spettacolo. In una parola, vuole divertirsi. Il nostro compito è di farli divertire. E questa sera ci siamo riusciti; possiamo affermarlo con fierezza. Brindiamo!».
2.
Erano passate le quattro del mattino quando Modonnet e Gizzio ritornavano al foborgo Sant'Antonio. Davanti alle botteghe dei fornai c'erano già le prime code. I volti e i discorsi delle persone in fila per il pane manifestavano stanchezza, frustrazione, rabbia.
«Quattordici soldi per quattro libbre di pane! Così non si può andare avanti».
«Uno schifo, altro che!».
«Bonaparte non sta facendo un cazzo».
«Sbagli, cittadina. Bonaparte sta facendo parecchio. Solo, non per noialtri».
«Per i grandi proprietari. Per i nobili, gli speculatori, i fornitori dell'esercito e i finanzieri. Per quei merdosi, ecco per chi sta lavorando il Primo console...».
Gizzio sembrava ancora più taciturno del solito. Per tutto il cammino dal centro al foborgo, dove lui e Modonnet abitavano, disse a malapena due parole, eccettuate le strane bestemmie che ogni tanto sputava tra i denti.
«Toglimi una curiosità» gli chiese alla fine Modonnet mentre stavano per arrivare a casa. «Al tuo paese è normale invocare con tanta frequenza la ghigliottina su Gesù Cristo, sulla Madonna e su tutti i santi, come fai tu?».
Gizzio rise amaramente: «Lo facciamo di continuo. Tutti, anche i bambini e i preti. Vieni a vivere un mese dalle mie parti, e capirai».
«Non mi ricordo mai come si chiama la tua città».
«Io stesso vorrei non ricordarmene. Comunque, non è una città: è un villaggio di poche anime sperduto nell'Aspromonte. Ammesso che esista ancora. Non ho sue notizie da due anni, cioè da quando sono venuto qui a Parigi».
Era il discorso più lungo che Modonnet gli avesse mai udito fare.
«Ma no» proseguì Gizzio, come parlando fra sé. «Giudico troppo severamente i miei compaesani. In fondo, nessuno di loro si è arruolato nell'Armata cristiana e reale». Gizzio pronunciò queste ultime parole con una smorfia di disgusto.
«Ne ho sentito parlare» commentò Modonnet. «Le bande del cardinale Ruffo, non è vero? Una specie di Vandea...».
«Molto peggio. I vandeani, almeno, sapevano per cosa combattevano; i sanfedisti invece si sono solo fatti affascinare dai feudatari e dai preti. Hanno avuto quello che si meritavano. Li aspettano altri due o tre secoli di dispotismo e di miseria. E ti dico la verità: penso che anche qui, in Francia, andrà a finire allo stesso modo. Te lo concedo: finora il popolo di Parigi si è comportato bene, specialmente i tuoi compagni del foborgo Sant'Antonio. Ma quanto ancora potranno resistere? I contadini francesi non sono affatto
più intelligenti di quelli del Regno di Napoli; nelle campagne già da tempo monta la reazione. Gente che cerca solo un padrone cui obbedire; e in buona parte l'ha già trovato. E allora non chiedermi perché bestemmio, Léo: mi è rimasto solo questo, mannaia lu signuri!».
«Ho sempre apprezzato il tuo ottimismo, cittadino Gizzio!» concluse Modonnet.
3.
Uno dei vantaggi del mestiere teatrale è che permette di dormire sino a tardi; quando si ha un tetto sotto cui ripararsi, naturalmente. Léo Modonnet, per ora, l'aveva; ma quella mattina dormì lo stesso un sonno assai inquieto. Verso mezzogiorno, poco prima di svegliarsi, fece uno dei sogni più enigmatici della sua vita.
Era un sogno musicale. Modonnet udiva con una chiarezza allucinatoria una breve melodia, gentile e saltellante, in uno stile antiquato, suonata da una piccola orchestra. Poi, lo stesso tema, ma eseguito da un'orchestra molto più grande, con accenti molto più imperiosi e con una chiusa cromatica vagamente minacciosa. A questo punto appariva uno strano ometto, che si esprimeva con un forte accento tedesco. «Ogni vero artista, mein Freund, è anche uno Zauberer – un mago –, sì. Può capitargli di prevedere un futuro imprevedibile. Cosa, o chi, aveva in mente Rousseau quando, riferendosi alla Corsica, scriveva: “ho il vago presentimento che un giorno questa piccola isola stupirà l'Europa”? E quel ragazzino di dodici anni, che un giorno nel mio giardino mise in scena il suo Bastien und Bastienne – come poté presentire che un giorno la volontà generale sarebbe stata manipolata e circuita da un tiranno? Eppure, mein Freund, la storia non è mai un copione già scritto, così come una partitura non è mai immodificabile. E quando ci si accorge che la pagina è guasta, rimane sempre una soluzione: strapparla».
Modonnet si svegliò frastornato e con un forte mal di testa. Senza sapere bene perché, la prima cosa che fece fu aprire il suo baule per cercarvi un involto. Dentro c'erano una maschera nera, un mantello e un bastone dal manico lucente.
Quella notte, Ludwig Wenzel Lachnith, davanti al portone di casa sua, mentre frugava un po' alticcio nelle tasche del suo soprabito per cercare la chiave, notò una scritta di colore rosso fosforescente sul muro proprio accanto alla porta:
RACHE
Prima che avesse il tempo di chiedersi cosa stava succedendo, avvertì il brivido freddo di una lama proprio sotto il mento, e udì alle sue spalle una voce altrettanto metallica e tagliente: «Cittadino musicista, vogliate cortesemente condurmi nel vostro studio».
«Come volete, amico mio» diceva Lachnith mentre saliva le scale, tallonato da Scaramouche. «Non c'è bisogno di tutta questa commedia... vi ho riconosciuto, sapete?».
«Merda» pensò Modonnet.
«Eravate con me a cena ieri sera. Ammetto che il ruolo che vi è stato assegnato nell'ultima produzione è al di sotto delle vostre capacità attoriali; ma tenete conto che si tratta di un'opera, e che Voi non sapete cantare. Ho delle conoscenze, e posso farvi ottenere una buona scrittura per la prossima stagione di prosa... però, immagino che vogliate un risarcimento più immediato, e in contanti».
Erano intanto entrati nello studio del compositore.
«Immaginate male» disse Scaramouche. «Voglio solo porre rimedio a uno dei più insensati e odiosi crimini contro il buon gusto e il buon senso che si possano citare nella storia dell'arte musicale. Voglio cancellare la macchia con cui voi avete insudiciato la memoria di un grande musicista. Voglio che mi diate la partitura originale di quello scempio chiamato I misteri d'Iside».
«Eccola». Lachnith sollevò un manoscritto dal ripiano della sua scrivania e lo consegnò a Scaramouche: «Cosa ve ne farete, adesso?».
«Non lo so ancora. La strapperò in mille pezzi e la getterò nella Senna. Oppure ne attaccherò i fogli ai muri di Parigi per denunciare la vostra cialtroneria».
Lachnith rise: «Vedo che siete un idealista. Forse non vi siete accorto che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione è finita. Permettetemi di darvi un consiglio: perché non ve ne tornate in Italia? Laggiù c'è ancora da fare per le teste calde come voi. Già che ci siete, portate con voi quel musone del vostro amico, e ditegli che non è colpa nostra se i giacobini napoletani erano degli imbecilli... se avessero dato subito la terra ai contadini, anziché perdere tempo in chiacchiere, le cose sarebbero andate molto diversamente».
«Ce ne ricorderemo per la prossima rivoluzione» disse Scaramouche.
Nota bibliografica
Questo racconto deve molto al primo capitolo del libro di Augusto Illuminati Gli inganni di Sarastro, Einaudi, Torino 1980, che indaga – sia pure con qualche eccessivo schematismo – le relazioni fra la teoria politica di Rousseau, le scoperte di Franz Anton Mesmer, il Bastien und Bastienne – la cui prima rappresentazione si dice abbia avuto luogo nel giardino della casa di Mesmer a Vienna – e Il flauto magico di Mozart.
Hector Berlioz nelle sue Memorie critica con estrema durezza l'adattamento molto libero de Il Flauto Magico realizzato da Lachnith sotto il titolo de Les mystères d'Isis. Il testo originale delle Mémoires di Berlioz (Parigi 1865) è facilmente reperibile in Internet.
Sulle critiche rivolte a Mozart dal musicista suo contemporaneo Giuseppe Sarti si veda il saggio Sarti contro Mozart di Massimo Mila, ora in M. Mila, Mozart. Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino 2006, pp. 332-58.
La sorprendente identità fra il tema iniziale dell'ouverture del Bastien und Bastienne e l'inizio della Terza Sinfonia di Beethoven è, secondo Hermann Abert – citato da Wolfgang Hildesheimer nella sua nota biografia mozartiana –, una pura coincidenza. Com'è noto, Beethoven intendeva intitolare la sinfonia a Napoleone Bonaparte; secondo la tradizione, il musicista strappò la dedica quando seppe che Napoleone si era fatto incoronare imperatore.
Il parallelo fra Napoleone Bonaparte e il Sarastro di Mozart/Lachnith si trova in Jean Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, Milano 1980, p. 9. Alle pp. 183-85 dello stesso libro si parla della crisi alimentare in Francia fra la primavera del 1801 e il 1802.
Le idee esposte qui da Lachnith sulla modernità come spettacolo e sulla “gente” che si vuole divertire derivano in realtà dal libro di Alessandro Baricco L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Feltrinelli, Milano 2009.
venerdì 21 marzo 2014
La cultura delle destre
Il libro che sto recensendo è: Gabriele Turi, La cultura delle destre. Alla ricerca dell'egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 175, Euro 14,00, ISBN 978-88-339-2429-8.
L'autore insegna storia contemporanea a Firenze e dirige la rivista "Passato e presente". Il libro, nonostante il titolo, non ha molto a che vedere col celebre saggio di Furio Jesi; ha un approccio decisamente meno teoretico, in compenso è ricchissimo di dati.
Il presupposto da cui parte è molto semplice: la cosiddetta "egemonia culturale della sinistra" nell'Italia del dopoguerra è una leggenda metropolitana. In realtà l'ideologia dominante è sempre stata di destra; Turi si spinge fino ad affermare una "centralità del fascismo nella storia culturale e civile del paese". Il berlusconismo è l'erede e il continuatore di questa cultura.
La trattazione inizia con un ampio estratto del famigerato intervento di Luciano Violante alla Camera del 10 maggio 1996 (quello che invitava a "riflettere" sui "ragazzi" di Salò in nome dei "valori nazionali comunemente condivisi"). Turi dimostra come l'exploit di Violante sia stato preparato da decenni di "edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini"; tappe importanti di questa operazione di normalizzazione del fascismo, a livello massmediatico, furono due mostre sugli anni '30, una allestita a Milano nel 1982 e l'altra a Roma nel 1984 (quest'ultima con la consulenza di Renzo De Felice): "entrambe promosse da amministrazioni socialiste", ha cura di specificare Turi.
Turi menziona poi un altro "caso esemplare": la proposta, da parte dell'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, nel 1995, di dedicare una via a Giuseppe Bottai. L'iniziativa riscosse il plauso (fra gli altri) di Massimo Cacciari, e fu bloccata solo dalle proteste della comunità ebraica; ci si era dimenticati, fra l'altro, che Bottai era stato uno dei sostenitori più ferventi delle leggi razziali; l'immagine corrente di Bottai era infatti quella giustificazionista del "fascista critico" delineata da Giordano Bruno Guerri nella sua fortunata biografia del 1976.
Il patriottismo, la ricerca di valori nazionali, di una "memoria condivisa" e di una "pacificazione" sono il Leitmotiv che, nella ricostruzione di Turi, caratterizza la polemica anti-antifascista condotta negli anni '90 da intellettuali come Renzo De Felice, Roberto Vivarelli, Ernesto Galli Della Loggia, spesso con l'assenso e il plauso della sinistra istituzionale. Troviamo ancora il buon Francesco Rutelli in prima linea nell'operazione di riabilitazione di Giovanni Gentile, filosofo a cui il comune di Roma dedicò un convegno nel 1994 presentandolo come un patriota al di sopra delle parti e dimenticandone l'organicità al nazifascismo.
Interessante notare che, in questo frame revisionistico, chi ostacola la "pacificazione", chi alimenta la "divisività", è un potenziale terrorista. Turi cita Vivarelli, secondo il quale per colpa degli antifascisti nell'Italia del dopoguerra "si perpetuò un clima di strisciante guerra civile, che [...] produsse la tragica stagione del terrorismo".
Turi sottolinea il ruolo degli intellettuali craxiani nel diffondere in Italia durante gli anni '80 le idee del neoliberismo reaganiano e thatcheriano e nel promuovere l'anticomunismo. Questi intellettuali poi, assieme ad altri di estrazione neofascista o cattolico-reazionaria, divennero nel decennio '90 gli artefici principali dell'ideologia populista berlusconiana, la quale nell'ultimo quindicennio si è dotata di "una rete di think thank, laboratori di idee ispirati al modello statunitense, capaci di costruire e diffondere un comune sentire"; tutta una serie di riviste, fondazioni, case editrici, "poco conosciute presso l'opinione pubblica" ma efficaci come centri di "aggregazione di intellettuali e di elaborazione culturale" (e, di solito, ben finanziate dagli industriali).
Turi ricostruisce minuziosamente alcuni fra i principali momenti dell'offensiva culturale di destra: la battaglia a favore del mantenimento del crocifisso nelle aule scolastiche (una battaglia vinta dalla destra anche a causa dell'atteggiamento imbelle assunto al riguardo dal centrosinistra); la vicenda, davvero tragicomica, della censura proposta dal centrodestra sui manuali scolastici di storia, anche qui in nome della "memoria condivisa", della pacificazione, dell'imparzialità e contro la presunta "egemonia culturale" della sinistra.
Interessante il confronto, proposto da Turi, fra il modo in cui il novantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale è stato ricordato in Italia e in altri paesi europei. Turi mostra come nel 2008 in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, le celebrazioni ufficiali siano state improntate alla pietà per le vittime, all'orrore per l'enormità del massacro e siano state accompagnate, a volte, da gesti ufficiali di riabilitazione dei soldati che furono condannati come disertori. Tutto il contrario in Italia, dove "la sostanza della commemorazione è rimasta affidata al tema dell'identità nazionale" e dove il ministero dell'Istruzione ha promosso una serie di conferenze nelle scuole affidate non agli storici ma agli ufficiali dell'esercito, in quella che è stata definita la "più imponente manifestazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi".
Nell'ultimo capitolo del suo libro Turi prova a tracciare una mappa del revisionismo storico su Internet, individuando "un network molto ampio di riviste e di istituzioni [...] una rete circolare in cui appaiono ripetutamente gli stessi nomi, specchio di una visione della storia che in breve tempo da antagonista è diventata governativa". Il capitolo è un ricco dossier di nomi e di indicazioni bibliografiche, una minuziosa schedatura di cui in questa sede non posso dare un'idea.
La conclusione cui giunge Gabriele Turi è che la cultura di destra è saldamente egemone ed è destinata a sopravvivere alla fine politica di Silvio Berlusconi. Aggiungerei che l'attuale esperienza dei governi di “larghe intese” (Monti, Letta, Renzi) getta una luce retrospettiva su molte delle prese di posizione filorevisioniste, da parte di esponenti del centrosinistra, ricordate nel libro di Turi. Bisognerebbe scrivere un libro analogo a quell di Turi, dedicato alla "cultura di sinistra", nel quale si mostrerebbe come a partire da Togliatti il nazionalismo abbia infettato nei decenni la cultura politica del PCI - PDS - DS - PD fino a stravolgerla completamente. Ma questa è un'altra storia.
L'autore insegna storia contemporanea a Firenze e dirige la rivista "Passato e presente". Il libro, nonostante il titolo, non ha molto a che vedere col celebre saggio di Furio Jesi; ha un approccio decisamente meno teoretico, in compenso è ricchissimo di dati.
Il presupposto da cui parte è molto semplice: la cosiddetta "egemonia culturale della sinistra" nell'Italia del dopoguerra è una leggenda metropolitana. In realtà l'ideologia dominante è sempre stata di destra; Turi si spinge fino ad affermare una "centralità del fascismo nella storia culturale e civile del paese". Il berlusconismo è l'erede e il continuatore di questa cultura.
La trattazione inizia con un ampio estratto del famigerato intervento di Luciano Violante alla Camera del 10 maggio 1996 (quello che invitava a "riflettere" sui "ragazzi" di Salò in nome dei "valori nazionali comunemente condivisi"). Turi dimostra come l'exploit di Violante sia stato preparato da decenni di "edulcoramento storiografico della dittatura di Mussolini"; tappe importanti di questa operazione di normalizzazione del fascismo, a livello massmediatico, furono due mostre sugli anni '30, una allestita a Milano nel 1982 e l'altra a Roma nel 1984 (quest'ultima con la consulenza di Renzo De Felice): "entrambe promosse da amministrazioni socialiste", ha cura di specificare Turi.
Turi menziona poi un altro "caso esemplare": la proposta, da parte dell'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, nel 1995, di dedicare una via a Giuseppe Bottai. L'iniziativa riscosse il plauso (fra gli altri) di Massimo Cacciari, e fu bloccata solo dalle proteste della comunità ebraica; ci si era dimenticati, fra l'altro, che Bottai era stato uno dei sostenitori più ferventi delle leggi razziali; l'immagine corrente di Bottai era infatti quella giustificazionista del "fascista critico" delineata da Giordano Bruno Guerri nella sua fortunata biografia del 1976.
Il patriottismo, la ricerca di valori nazionali, di una "memoria condivisa" e di una "pacificazione" sono il Leitmotiv che, nella ricostruzione di Turi, caratterizza la polemica anti-antifascista condotta negli anni '90 da intellettuali come Renzo De Felice, Roberto Vivarelli, Ernesto Galli Della Loggia, spesso con l'assenso e il plauso della sinistra istituzionale. Troviamo ancora il buon Francesco Rutelli in prima linea nell'operazione di riabilitazione di Giovanni Gentile, filosofo a cui il comune di Roma dedicò un convegno nel 1994 presentandolo come un patriota al di sopra delle parti e dimenticandone l'organicità al nazifascismo.
Interessante notare che, in questo frame revisionistico, chi ostacola la "pacificazione", chi alimenta la "divisività", è un potenziale terrorista. Turi cita Vivarelli, secondo il quale per colpa degli antifascisti nell'Italia del dopoguerra "si perpetuò un clima di strisciante guerra civile, che [...] produsse la tragica stagione del terrorismo".
Turi sottolinea il ruolo degli intellettuali craxiani nel diffondere in Italia durante gli anni '80 le idee del neoliberismo reaganiano e thatcheriano e nel promuovere l'anticomunismo. Questi intellettuali poi, assieme ad altri di estrazione neofascista o cattolico-reazionaria, divennero nel decennio '90 gli artefici principali dell'ideologia populista berlusconiana, la quale nell'ultimo quindicennio si è dotata di "una rete di think thank, laboratori di idee ispirati al modello statunitense, capaci di costruire e diffondere un comune sentire"; tutta una serie di riviste, fondazioni, case editrici, "poco conosciute presso l'opinione pubblica" ma efficaci come centri di "aggregazione di intellettuali e di elaborazione culturale" (e, di solito, ben finanziate dagli industriali).
Turi ricostruisce minuziosamente alcuni fra i principali momenti dell'offensiva culturale di destra: la battaglia a favore del mantenimento del crocifisso nelle aule scolastiche (una battaglia vinta dalla destra anche a causa dell'atteggiamento imbelle assunto al riguardo dal centrosinistra); la vicenda, davvero tragicomica, della censura proposta dal centrodestra sui manuali scolastici di storia, anche qui in nome della "memoria condivisa", della pacificazione, dell'imparzialità e contro la presunta "egemonia culturale" della sinistra.
Interessante il confronto, proposto da Turi, fra il modo in cui il novantesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale è stato ricordato in Italia e in altri paesi europei. Turi mostra come nel 2008 in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, le celebrazioni ufficiali siano state improntate alla pietà per le vittime, all'orrore per l'enormità del massacro e siano state accompagnate, a volte, da gesti ufficiali di riabilitazione dei soldati che furono condannati come disertori. Tutto il contrario in Italia, dove "la sostanza della commemorazione è rimasta affidata al tema dell'identità nazionale" e dove il ministero dell'Istruzione ha promosso una serie di conferenze nelle scuole affidate non agli storici ma agli ufficiali dell'esercito, in quella che è stata definita la "più imponente manifestazione di propaganda militare che l'Italia repubblicana abbia mai messo in piedi".
Nell'ultimo capitolo del suo libro Turi prova a tracciare una mappa del revisionismo storico su Internet, individuando "un network molto ampio di riviste e di istituzioni [...] una rete circolare in cui appaiono ripetutamente gli stessi nomi, specchio di una visione della storia che in breve tempo da antagonista è diventata governativa". Il capitolo è un ricco dossier di nomi e di indicazioni bibliografiche, una minuziosa schedatura di cui in questa sede non posso dare un'idea.
La conclusione cui giunge Gabriele Turi è che la cultura di destra è saldamente egemone ed è destinata a sopravvivere alla fine politica di Silvio Berlusconi. Aggiungerei che l'attuale esperienza dei governi di “larghe intese” (Monti, Letta, Renzi) getta una luce retrospettiva su molte delle prese di posizione filorevisioniste, da parte di esponenti del centrosinistra, ricordate nel libro di Turi. Bisognerebbe scrivere un libro analogo a quell di Turi, dedicato alla "cultura di sinistra", nel quale si mostrerebbe come a partire da Togliatti il nazionalismo abbia infettato nei decenni la cultura politica del PCI - PDS - DS - PD fino a stravolgerla completamente. Ma questa è un'altra storia.
martedì 27 agosto 2013
Harmonices Mundi
Ecco qui di seguito il mio contributo alla raccolta Tifiamo asteroide. Cento storie sulla fine catastrofica del governo Letta.
Dai banchi del governo, il Presidente del Consiglio leggeva il discorso di presentazione della finanziaria 2014.
L'emiciclo di Montecitorio era completamente vuoto.
Il nuovo regolamento della Camera, approvato all'unanimità pochi mesi prima, prevedeva solo riunioni in videoconferenza. Gli onorevoli seguivano e votavano da casa, via Intranet, attraverso una rete locale controllata dal Ministero dell'Interno, con notevole risparmio per l'erario.
Il centro di Roma era deserto, recintato: "zona rossa" presidiata dalle autoblindo dell'esercito e da pattuglie mobili dei corpi di polizia. Gli abitanti erano stati invitati a non uscire di casa. Comunque quasi tutti erano già sfollati nelle seconde case in località di villeggiatura, perché non si sa mai.
Dal cielo, per ora, solo il rombo degli elicotteri. In lontananza, dalla periferia della città, si udivano provenire paurosi boati e colonne di fumo nero si levavano all'orizzonte. Stava accadendo qualcosa laggiù. Difficile sapere cosa, perché le telecomunicazioni erano state temporaneamente oscurate e Internet funzionava poco e male, evidentemente per intervento della polizia postale e dei servizi. Ma eravamo riusciti ad intercettare la linea Intranet del ministero, e dalla nostra base potevamo seguire la seduta del parlamento; ammesso che la si potesse ancora chiamare così.
I passaggi principali del discorso di Letta erano commentati da tonanti applausi preregistrati. Licenziamento di metà dei dipendenti pubblici (applausi). Chiusura di un terzo delle scuole e di un terzo degli ospedali (applausi). Abolizione dello statuto dei lavoratori (applausi). Nuova legge molto più restrittiva sullo sciopero, sui sindacati, sulla stampa (applausi), innalzamento a 80 anni dell'età pensionabile (applausi), e ancora tagli, tagli, tagli... Aumento dei finanziamenti alle scuole private. Applausi. Aumento delle spese militari. Applausi.
Arrivato al passaggio sulla chiusura dei Conservatori, Letta si interruppe. C'era un sostantivo tedesco, Sphärenmusik. Cosa diavolo voleva dire? Certo, il testo del discorso era arrivato solo un'ora prima da Francoforte, e la segreteria aveva dovuto farlo tradurre in fretta e furia. "Ma caspita", pensò il Presidente del consiglio, "questo significa lavorare col culo. Anche lì bisognerà licenziare"...
Letta non riuscì a completare il pensiero, interrotto da un fatto improvviso e incomprensibile. Gli altoparlanti della Camera, al posto degli applausi finti, avevano iniziato a diffondere il Capriccio n. 24 in la minore di Niccolò Paganini.
Che stava succedendo? Mentre Letta e gli altri componenti il governo si guardavano intorno, disorientati, la musica fu sovrastata da un sibilo acutissimo, che si faceva sempre più forte.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
Dai banchi del governo, il Presidente del Consiglio leggeva il discorso di presentazione della finanziaria 2014.
L'emiciclo di Montecitorio era completamente vuoto.
Il nuovo regolamento della Camera, approvato all'unanimità pochi mesi prima, prevedeva solo riunioni in videoconferenza. Gli onorevoli seguivano e votavano da casa, via Intranet, attraverso una rete locale controllata dal Ministero dell'Interno, con notevole risparmio per l'erario.
Il centro di Roma era deserto, recintato: "zona rossa" presidiata dalle autoblindo dell'esercito e da pattuglie mobili dei corpi di polizia. Gli abitanti erano stati invitati a non uscire di casa. Comunque quasi tutti erano già sfollati nelle seconde case in località di villeggiatura, perché non si sa mai.
Dal cielo, per ora, solo il rombo degli elicotteri. In lontananza, dalla periferia della città, si udivano provenire paurosi boati e colonne di fumo nero si levavano all'orizzonte. Stava accadendo qualcosa laggiù. Difficile sapere cosa, perché le telecomunicazioni erano state temporaneamente oscurate e Internet funzionava poco e male, evidentemente per intervento della polizia postale e dei servizi. Ma eravamo riusciti ad intercettare la linea Intranet del ministero, e dalla nostra base potevamo seguire la seduta del parlamento; ammesso che la si potesse ancora chiamare così.
I passaggi principali del discorso di Letta erano commentati da tonanti applausi preregistrati. Licenziamento di metà dei dipendenti pubblici (applausi). Chiusura di un terzo delle scuole e di un terzo degli ospedali (applausi). Abolizione dello statuto dei lavoratori (applausi). Nuova legge molto più restrittiva sullo sciopero, sui sindacati, sulla stampa (applausi), innalzamento a 80 anni dell'età pensionabile (applausi), e ancora tagli, tagli, tagli... Aumento dei finanziamenti alle scuole private. Applausi. Aumento delle spese militari. Applausi.
Arrivato al passaggio sulla chiusura dei Conservatori, Letta si interruppe. C'era un sostantivo tedesco, Sphärenmusik. Cosa diavolo voleva dire? Certo, il testo del discorso era arrivato solo un'ora prima da Francoforte, e la segreteria aveva dovuto farlo tradurre in fretta e furia. "Ma caspita", pensò il Presidente del consiglio, "questo significa lavorare col culo. Anche lì bisognerà licenziare"...
Letta non riuscì a completare il pensiero, interrotto da un fatto improvviso e incomprensibile. Gli altoparlanti della Camera, al posto degli applausi finti, avevano iniziato a diffondere il Capriccio n. 24 in la minore di Niccolò Paganini.
Che stava succedendo? Mentre Letta e gli altri componenti il governo si guardavano intorno, disorientati, la musica fu sovrastata da un sibilo acutissimo, che si faceva sempre più forte.
Dopo il boato assordante, con le orecchie che fischiavano, sentivamo ancora quella musica.
Dove fino a un istante prima si trovava Enrico Letta, capo del governo di larghe intese, si apriva una spaventosa voragine. Dall'enorme cratere si levavano nubi di fumo nero.
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